CONTROVIRUS | Le responsabilità per il futuro

di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Siamo in un memento storico in cui, come nella Resistenza e nel dopoguerra, si ripete una situazione dove il destino individuale è legato a quello dell’umanità intera. E in cui abbiamo la possibilità di essere artefici di un nuovo inizio che avrà ripercussioni nella vita di tutti.

Lo ha spiegato con grande intelligenza lo storico israeliano Yuval Noah Harari quando ha dichiarato che l’uscita dalla pandemia e la costruzione del futuro non è qualche cosa di deterministico che dipende da Dio o dalla fortuna, ma esclusivamente dalle nostre scelte collettive. I miracoli su questa terra li possono fare solo gli uomini, scriveva Hans Jonas nel secolo scorso quando ricordava che Auschwitz era nato da una decisione degli uomini e che invece uomini per bene avevano dato la loro vita per fare rinascere un mondo nuovo.

Ebbene, come osserva Harari, ancora oggi gli uomini possono essere gli artefici di azioni collettive che possono cambiare la storia.

Sono tre le decisioni fondamentali da prendere.

1) Scegliere se affrontare questa crisi con l’isolamento nazionalistico dove ogni Paese è in competizione con l’altro, oppure costruire un percorso di solidarietà internazionale che non lasci indietro l’Africa, l’India e l’America latina e i diseredati nei campi profughi. La pandemia non si vince in un Paese solo immaginando dei muri invalicabili tra una nazione e l’altra, anche perché il virus non si arresta alle frontiere. Nessuno lo dice ad alta voce, ma qualcuno ritiene che ci siano degli uomini “superflui” che si possono abbandonare al loro destino nelle zone più povere del mondo. Qualcuno nell’estrema destra vorrebbe che il distanziamento sociale e le misure di autoprotezione diventassero un meccanismo di indifferenza nei confronti dei più poveri e dei più deboli. Lo abbiamo visto persino nelle società avanzate dove alcuni – penso al primo ministro inglese Boris Johnson in modo plateale, ma altri con mezze parole e affermazioni ambigue – hanno ritenuto che fosse inevitabile la perdita delle persone anziane più vulnerabili nei confronti del virus, quando invece l’allungamento delle aspettative di vita è una delle grandi conquiste della modernità.

2) Impedire che da questa emergenza nascano nel mondo nuove tentazioni autoritarie e riprendere il cammino della lotta per la democrazia in ogni parte dal pianeta.

Ci accorgiamo non solo che i regimi autocratici e dittatoriali, a partire dalla Cina, hanno allertato in ritardo le popolazioni per l’epidemia e ne hanno fatto occasione per restringere ulteriormente i diritti democratici, ma anche che la democrazia nel pianeta esiste ancora in pochi Stati e l’Europa rappresenta un’isola che non solo deve essere salvaguardata, e deve diventare un esempio per il mondo intero. Non possiamo esportare la democrazia con la forza, come volle fare George Bush in Medio Oriente con l’invasione dell’Iraq, ma le istituzioni internazionali e le opinioni pubbliche non possono tacere di fronte a quei leader che hanno varato leggi eccezionali non solo per combattere il virus, ma per rafforzare il loro potere autoritario in ben 84 Paesi, come ha ricordato l’Economist-, da Viktor Orbán in Ungheria, a Jair Bolsonaro in Brasile, Rodrigo Duterte nelle Filippine, Recep Tayyip Erdoğan in Turchia, e primo fra tutti l’onnipotente Xi Jinping in Cina.

Può sembrare paradossale, ma proprio perché la lotta contro la pandemia in tutto il mondo richiede la partecipazione dei singoli individui nelle loro vite e non può dipendere solo dagli ordini dall’alto e dalle applicazioni tecnologiche, l’allargamento della democrazia e di diritti umani è fondamentale per vincere questa battaglia.

Ecco perché se saremo capaci di leggere con intelligenza politica il corso degli eventi e ascolteremo le voci di coloro che cercano di resistere ovunque ai dittatori potremmo riproporre gli ideali della democrazia e del pluralismo a livello universale come è accaduto dopo la sconfitta del nazismo e la caduta del muro di Berlino.
La mobilitazione contro il virus potrebbe diventare così un nuovo Rinascimento della democrazia in tutto il mondo e rompere molti muri che oggi ci sembrano insormontabili negli Stati teocratici, nelle democrazie illiberali, nella Russia autoritaria di Putin e nel comunismo cinese da cui tutto è partito.

3) Ascoltare la voce degli scienziati che non solo ci allertarono sul pericolo delle pandemie ma che rimangono ancora inascoltati sul monito che ci hanno lanciato sui cambiamenti climatici. Oggi è necessario non accettare più che la politica sia in mano ad incompetenti e populisti, perché se non ci si affida alle conoscenze che la ricerca scientifica ha sviluppato in tutti i campi non si potrà essere in grado di salvare il pianeta. Ci vuole un’alleanza tra la scienza e la politica per affrontare le nuove emergenze, come forse mai è capitato nella storia.

Cosa succederà per esempio con lo scioglimento dei ghiacciai dell’Antartide e l’innalzamento dei mari? Potremo impedire e governare questi fenomeni solo se guidati da una nuova élite politica con una formazione scientifica adeguata. Non è più possibile che il Presidente americano suggerisca di iniettarsi dei disinfettanti contro il virus o continui a negare i cambiamenti climatici. In questi giorni l’immagine di Trump non è solo il segno della caduta di una leadership morale degli Stati Uniti nei confronti del mondo, ma la rappresentazione della crisi della competenza nella politica. Si è accettata l’idea che per governare bastasse essere showmen capaci di divertire le persone in televisione, di raccogliere adesioni sui social con frasi ad effetto, di parlare alla pancia della gente proponendo il disprezzo degli avversari politici e ricette miracolose. Nessuno si chiedeva se un politico avesse studiato, conoscesse la storia, la scienza, l’architettura, la filosofia, se avesse competenze economiche, scientifiche e amministrative. Bastava che raccogliesse gli applausi nel dibattiti televisivi o like sui social per poi considerarlo degno di ricevere il nostro voto e di governare. In questi giorni si prova invece una sorta di fastidio vedendo quante persone incompetenti si trovino ai massimi vertici della politica. Quando parla in televisione un medico o un epidemiologo, ci si sente rassicurati anche se non ci offre la certezza della cura; quando prende la parola qualche politico si ha la sensazione del nulla al potere. Negli Stati Uniti la stella di Trump ha cominciato ad offuscarsi di fronte alla competenza scientifica del virologo Antony Fauci, che con la sicurezza che derivava dalle sue conoscenze non ha mai taciuto di fronte alle manifestazioni di incompetenza del Presidente americano.

Attorno a queste grandi questioni, indicate con straordinaria lucidità da Harari, Gariwo vuole dare un contributo per fare conoscere nei propri Giardini dei Giusti gli uomini migliori che oggi si sono assunti il compito di prendere in mano le decisioni fondamentali del nostro tempo.

Perché l’umanità possa scegliere nel modo migliore nelle situazioni di emergenza, ci vogliono dei grandi esempi di uomini visionari che ci indichino la strada da percorrere.

È accaduto durante la lotta di liberazione dal nazismo, dove grandi figure politiche, intellettuali, artisti, scienziati, imprenditori, uomini coraggiosi furono capaci di prendersi sulle spalle le redini del mondo.

Ecco perché con il nostro lavoro ci sforzeremo di far conoscere degli esempi di uomini che oggi lottano per la collaborazione internazionale, per la difesa della democrazia contro ogni forma di imbarbarimento e di controllo autoritario delle persone, per ridare alla conoscenza e alla scienza un ruolo di guida e orientamento.

Noi crediamo, come avevano intuito grandi filosofi come Baruch Spinoza e Soren Kierkegaard, nel ruolo fondamentale non solo delle idee, ma degli esempi concreti degli uomini in carne ed ossa che creano la magia dell’emulazione.

Dobbiamo cercare e far conoscere le donne e gli uomini Giusti del nostro tempo perché ci aiutano a pensare, a scegliere, a ritrovare il gusto del futuro e della speranza.

di Gabriele Nissim

CONTROVIRUS | La lotta di un medico in prima linea

Francesca Francavilla,
medico d’urgenza

Intervista di Clara Caverzasio a Francesca Francavilla, medico d’urgenza.

“Noi medici del pronto soccorso siamo sempre stati dei punching-ball. Una funzione importantissima, certo, perché la popolazione è abbandonata. I medici di famiglia non ci sono più, e ospedalieri e specialisti non accettano nuovi pazienti – perché costretti o per chissà quale altro motivo. Ma se il paziente diventa un nemico vuol dire che il sistema sanitario non funziona più”. Francesca Francavilla, medico di pronto soccorso in Umbria, “follemente innamorata della medicina d’urgenza”, per anni ha denunciato le criticità e le storture della sanità italiana. Invano. Due mesi fa ha deciso di non rinnovare il suo contratto con pronto soccorso e 118, per mettersi a disposizione delle USCA – le Unità Speciali di Continuità Assistenziale che visitano i COVID-positivi a domicilio. Un servizio attivo solo in alcune regioni italiane, nessuna delle quali è fra le più colpite dalla pandemia.

Secondo la sua esperienza personale (e non solo), le USCA sono state una scommessa vincente. Ad Harvard, spiega, hanno analizzato i modelli di reazione al virus delle tre regioni italiane più colpite. Risultato: l’ospedalizzazione è stata la scelta peggiore. “Abbiamo intasato i reparti come autostrade a ferragosto. E nessuno ha messo in conto la sepsi ospedaliera, che miete 49.000 morti l’anno. A tutti i familiari dico che i pazienti anziani sopravvivono all’infarto, all’ictus e a tante altre patologie, ma non alla sepsi. Perché la sepsi colpisce più organi insieme, e innesca sistemi immunomediati che sono più pericolosi del virus stesso”.

Laddove lo si è sperimentato, il trattamento a domicilio dei malati di Covid non gravi è stata la scelta migliore. “Il mio buon senso, ma anche l’esperienza fatta in Veneto e in Emilia-Romagna – ma anche in Umbria dove sono state attivate le USCA –, mi dice che lasciare a casa i pazienti positivi e sintomatici è stata la chiave di volta. Anche grazie alla idrossiclorochina, un antimalarico utilizzato contro l’artrite reumatoide e che si è dimostrato efficace già nell’epidemia di Sars nel 2003. La usiamo non perché abbia un’azione diretta antivirale, ma perché è in grado di ridurre il rischio di infiammazioni potenzialmente mortali a livello polmonare”.

In Umbria l‘USCA è stata attivata il 28 marzo. “Se alla vigilia di Pasqua avevamo 120 pazienti positivi e sintomatici con tosse, febbre e a volte dispnea, ora ne abbiamo solo 15. Gli altri stanno tutti bene. Sentiamo tutti i giorni persone che faticano a respirare: andiamo subito a visitarli, e li facciamo ricoverare solo se è necessario. Colleghi di Bergamo e di Milano mi dicono che lì questo servizio non è attivo. E allora c’è qualcosa che non mi spiego: se in Umbria e in Toscana non ci sono molti decessi, e a Milano hanno chiuso le rianimazioni, da dove vengono tutti i morti annunciati ancora in questi giorni? Forse si tratta di pazienti abbandonati a casa, che non sono andati in ospedale per la paura del contagio?”.

L’attivazione delle USCA su tutto il territorio, secondo Francavilla, permetterebbe di tornare più velocemente alla normalità. E non solo per motivi terapeutici. “Se permettessimo alle persone di respirare aria pulita, di prendere il sole e di essere rilassati e tranquilli, anche il sistema immunitario ne beneficerebbe: ingabbiare la gente non è meno grave che aprire i ristoranti”.

A questo proposito Francesca Francavilla aggiunge una riflessione interessante: “io sono anche agopuntrice, mi occupo di medicina tradizionale cinese. Secondo questa tradizione l’organo della tristezza, della frustrazione, della depressione, è il polmone. E il Covid, guarda caso, colpisce proprio il polmone. Quindi non dobbiamo dare l’occasione a questo virus di entrare, non dobbiamo aprirgli la porta per nessuna ragione al mondo. Niente panico, niente paura: questo è il momento del coraggio, della rinascita. In questo momento strano, “straordinario”, cioè fuori dell’ordinario, ci viene chiesto di essere stra-ordinari. Dobbiamo ripartire da noi”.

Una considerazione che può sembrare squisitamente filosofica, ma che ha un fondamento scientifico importante. L’eccessiva paura, l’ansia, attivano infatti il sistema simpatico, portandoci a scaricare continuamente ormoni come l’adrenalina e il cortisolo provocando “ansia da anticipazione’. Quell’ansia che ci permette di tenere tutti i motori al massimo in modo da essere in grado di reagire con la lotta o la fuga: fight or flight. Il problema è che se la paura perdura a lungo, l’energia degli organi interni si esaurisce, abbassando il livello di difesa. “E così si spalanca la porta alla malattia. È la paura, di fatto, a produrre il processo infiammatorio che porta ad ammalarsi”.

Francavilla non è certo l’unico medico a invocare una maggiore sensibilizzazione sull’importanza dell’aspetto psicologico. In Israele, per esempio, si sperimentano strumenti innovativi per non lasciare da soli i pazienti nelle case per anziani. All’Ichilov Hospital di Tel Aviv diretto dal dottor Ronni Gamzu, commissario governativo per le case anziani, sono state predisposte barriere e strumenti di protezione personale per consentire le visite dei famigliari agli anziani ricoverati, e anche la possibilità di accompagnarli nel momento del passaggio. Per altri istituti dove ciò non è possibile si sono ideate soluzioni quanto meno fantasiose: ad esempio, consentire ai familiari di salire su gru da edilizia appositamente attrezzate per vedere i malati nelle loro stanze. Gamzu lo ha toccato con mano: l’isolamento può portare i pazienti più anziani o debilitati ad abbandonare ogni resistenza alla malattia.

Francavilla ne è convinta: la lotta al coronavirus va bilanciata tenendo conto anche di questi altri aspetti. “Non possiamo vincere la battaglia al Covid e perdere la guerra. In questo senso, sono del parere che tutti noi dobbiamo rivedere le nostre priorità, perché la chiave di volta alla fine siamo sempre noi stessi, e la qualità del nostro sistema immunitario dipende da noi. Io faccio il medico, ma i medici non mi hanno convinto per niente. Solo quando c’è un dubbio, quando siamo disposti a metterci in discussione, può esserci cambiamento. Siamo noi che possiamo fare la differenza. Sempre”.

di Clara Caverzasio

CONTROVIRUS | Covid e cervello

Intervista di Viviana Kasam (Presidente di BrainCircle Italia) al prof. Giancarlo Comi, direttore dell’Istituto di Neurologia Sperimentale presso l’Istituto San Raffaele, e professore onorario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele. Comi è anche vice presidente del Comitato Scientifico della International Federation of Multiple Sclerosis, per conto del quale ha contribuito alla produzione del COVID 19 advice for multiple sclerosis patients ed è coautore di alcuni recenti articoli sull’argomento, pubblicati o sottomessi a riviste prestigiose come Lancet Neurology e JAMA Neurology.

Professor Comi, uno dei sintoni della malattia è la perdita di gusto e olfatto. Questo potrebbe indicare una ripercussione sul cervello?

È una domanda interessante, perché in effetti il 30-50% dei malati perdono in un sol colpo gusto e olfatto. Ed è un sintomo altamente suggestivo del Covid-19, mentre per esempio la febbre può manifestarsi per molte altre patologie. Lo potremmo definire il “marchio di fabbrica” del Covid 19 e ci è utile per riconoscere subito la malattia. Non sappiamo con certezza perché avvenga. Una prima ipotesi è che il virus presente a livello delle mucose nasali, della faringe e della lingua potrebbe causare un malfunzionamento dei recettori. Ma se così fosse, perché non si manifesta in tutti quelli in cui rileviamo la presenza del coronavirus? Una ipotesi alternativa è che il virus risalga attraverso le fibre nervose afferenti, raggiungendo le aree olfattorie e gustative del sistema nervoso centrale, le seconde situate nel bulbo cerebrale. Il bulbo cerebrale contiene anche aree preposte al controllo di funzioni vitali come il respiro e la frequenza cardiaca. Ci potrebbe essere una disfunzione dei centri respiratori per diffusione locale del virus, o anche perché il virus potrebbe risalire da afferenze nervose che provengono dal polmone e si connettono direttamente al centro del respiro. La possibilità di un contributo a determinare la gravità dei problemi respiratori anche da parte di un alterato controllo nervoso del respiro spiegherebbe, come mi hanno anche riferito i colleghi rianimatori, le difficoltà che a volte insorgono quando si estubano questi pazienti, ovvero li si stacca dal respiratore: “alcuni pazienti sembra che abbiano disimparato a respirare”.

Il Covid 19 non colpisce solo i polmoni. Lei parla del cervello, ma si sono riscontrati anche seri problemi a livello vascolare, tant’è vero che ci sono molte proposte di trattare la malattia con anticoagulanti.

Quello che lascia tutti perplessi è la grande variabilità individuale dei percorsi e il fatto che in molti dei pazienti più gravi insorgono complicanze che con l’aspetto polmonare non hanno molto da spartire. Per esempio, si sono riscontrate alterazioni importanti nella funzionalità dei vasi per un tropismo nelle loro pareti interne, con conseguenti problemi di coagulazione vascolare diffusa, che ostacola il flusso del sangue e causa danni a organi come i reni, il cuore e anche il cervello per il minor apporto di ossigeno. Per cercare di prevenire questo tipo di condizione si è suggerito di mettere in atto terapie anticoagulanti Si è poi individuato che sono in gioco anche risposte immunomediate, cioè non dovute a una azione diretta del virus ma modulate dalla reazione immunologica al virus stesso. Succede anche in altre patologie, come la leucoencefalopatia multifocale progressiva provocata dal virus JC che si annida nel cervello e ne distrugge la sostanza bianca. In persone che hanno il sistema immunitario indebolito, magari perché assumono farmaci immunosoppressori. In quest’ultimo caso la reazione immunitaria avviene quando la sospensione del farmaco rimette pienamente in funzione il sistema immunitario. A quel punto nella sede di infezione si ha una violenta reazione infiammatoria con accumulo di linfociti e macrofagi e una tempesta di citochine. Il tessuto nervoso già danneggiato dal virus è trasformato in un campo di battaglia che per un certo tempo può contribuire a incrementare il danno. Partendo da queste osservazioni, si è perciò pensato di trattare i pazienti COVID 19 con farmaci che producessero una inibizione o almeno una forte riduzione della risposta infiammatoria. Da qui gli studi sugli anti-interleuchina 6, che è una potentissima citochina infiammatoria: bloccandola, la reazione infiammatoria si riduce di molto. Non essendo un virologo né un infettivologo, di più non posso dire. Però sono in corso studi sia italiani che multicentrici internazionali attraverso i quali cerchiamo di capire se persone con sclerosi multipla, che assumono terapie che riducono l’efficienza del sistema immunitario o lo modificano, migliorino l’evoluzione dell’infezione da SARS-CoV-2.

Ma gli antinfiammatori deprimono il sistema immunitario. Chi li assume, non dovrebbe risultare più esposto al virus?

È una situazione paradossale, che peraltro abbiamo verificato anche in uno studio su 400 pazienti di sclerosi multipla che stiamo seguendo da un anno nell’ambito di un progetto che coordino per l’Unione Europea. Questi pazienti sono monitorati quotidianamente grazie a dispositivi indossabili – i braccialetti Fitbit –, smartphone e interviste telefoniche per valutare vari parametri: sonno, fatica, umore, che interessano il decorso della malattia. Quando è scoppiata la pandemia, abbiamo pensato che potevano costituire un campione significativo per avere un quadro epidemiologico e comportamentale in questa popolazione di cui possiamo ricostruire tutti i movimenti.

Il risultato?

Lo studio, che è stato sottomesso in questi giorni su Lancet Digital Health, fornisce indicazioni interessanti. I pazienti sono distribuiti in tre città, due molto colpite dal Covid 19, Milano e Barcellona, una molto meno, Copenhagen. Il dato più eclatante è la percentuale di persone che hanno contratto la malattia, in forma più o meno severa. È il 9,1%. Se questi risultati si potessero trasferire all’intera popolazione, vorrebbe dire 5/6 volte il numero di malati stimati finora. Lo studio ha anche dimostrato che i nostri malati sono stati molto ligi nel seguire le indicazioni di isolamento emanate dal governo e rinforzate dal documento di cui sopra. Nel giorno stesso in cui è stato detto di non muoversi, la loro mobilità fuori casa, stimata dal giroscopio dei cellulari, è andata a zero. In tutte e tre le città. Ora dobbiamo studiare i contatti che i singoli pazienti, sia quelli che hanno contratto la malattia sia quelli rimasti sani, avevano avuto nella fase precedente al lockdown, dati di cui disponiamo e che potrebbero fornire indicazioni interessanti sulla epidemiologia del Covid 19.

Ma le persone affette da sclerosi multipla assumono spesso farmaci immunologici. Non risultano perciò più esposti, in quanto il loro sistema immunitario è più debole?

Potrebbe essere, e infatti nelle indicazioni che abbiamo prodotto raccomandiamo cautela nella prescrizione di terapie molto aggressive, tuttavia come avevo già detto potrebbe anche essere che alcuni di essi esercitino un ruolo protettivo, proprio perché potrebbero attenuare la risposta immunologica control il virus. Questo lo sapremo presto dai risultati degli studi in corso.

L’età del vostro campione?

Relativamente giovani. L’età media di esordio della malattia è intorno ai trent’anni.

Secondo te le persone fragili, come i vostri malati, o gli anziani, dovrebbero essere tenuti isolati più a lungo, anche nella fase 2?

Sono assolutamente contrario a una selezione basata su criteri di età o di fragilità. Certo, l’intento di un simile provvedimento potrebbe avere l’obiettivo di proteggere questa fascia di persone. Ma credo che oggi siamo consci dei rischi a cui ci possiamo esporre e che potrebbero comportare conseguenze più gravi in considerazione dell’età e della fragilità, spetta quindi a noi proteggerci e agire con giudizio. L’unico criterio per isolare delle persone selettivamente dovrebbe essere l’eventuale rischio che queste persone infettino altri e costituiscano quindi un rischio per il resto della popolazione. Ma da questo punto di vista, tra le persone che potrebbero essere rimesse in circolazione nella cosiddetta fase 2, i più pericolosi come veicolo di infezione sono i giovani, che spesso manifestano sintomi lievi o rimangono asintomatici, e quindi circolano liberamente. Gli anziani e le persone fragili sviluppano invece i sintomi molto rapidamente e più gravemente, il che li rende meglio identificabili. Inoltre, tendono a curarsi e proteggersi proprio perché sono consapevoli della loro fragilità. Va anche tenuto in considerazione che sono la fascia con più necessita di attività e di riprendere attività sociali. Tenerli chiusi in casa non solo è anticostituzionale e inutile, ma anche dannoso e crudele. La prudenza deve valere non solo nei confronti degli anziani ma di tutti. La fase 2 va programmata come il percorso su un terreno minato. Non si fa un passo avanti finché non si hanno i piedi al sicuro.

di Viviana Kasam e Giancarlo Comi

CONTROVIRUS | Ricordiamoci dell’ambiente

di Rosalba Giugni,
presidente di Marevivo

Dopo solo poche settimane di lockdown, in Italia e nel mondo, abbiamo visto increduli, attraverso video diventati immediatamente virali, delfini e squali aggirarsi indisturbati addirittura nei porti, balene e polpetielli “sorridere” alle telecamere e dai satelliti immagini confortanti di mari limpidi e cieli sempre più chiari.

Affascinati da questo incredibile spettacolo della natura che si mostrava in tutta la sua bellezza, ci è venuto spontaneo chiederci che cosa potremmo fare perché tutto questo non finisca nel momento in cui saranno messe in atto la fase 2, la fase 3, la fase 4… Quando cioè tornerà la “normalità”, quella normalità che ci ha condotto ad affrontare una emergenza planetaria mai vissuta prima. Si parla giustamente di come rimettere in moto il motore produttivo che ha dato la possibilità agli uomini e alle donne di accedere a beni essenziali per la sopravvivenza, ma insieme vorremmo una visione più lungimirante del nostro futuro.

Il tempo del Coronavirus ci sta insegnando a mettere al primo posto i valori della solidarietà e della difesa della nostra casa comune. Come bene ha detto Papa Francesco, la figura spirituale forse di maggior riferimento oggi nel mondo, per cattolici e non, “ci siamo illusi di poter essere sani in un mondo malato”.

Non sprechiamo questi giorni preziosi, approfittiamo dell’occasione che costringe a riflettere, a studiare e a essere sempre più consapevoli della realtà nella quale siamo immersi.

Noi di Marevivo, stando tutti rigorosamente a casa, ci siamo impegnati su vari fronti per essere presenti con il nostro pensiero e cercando di incidere sul cambiamento che il Coronavirus ci sta insegnando.

La nostra divisione subacquea, essendo ferma e non potendo andare in acqua, ha chiesto al ministro dell’Ambiente Sergio Costa e alle forze militari che posseggono nuclei subacquei  di organizzare immersioni per osservare cosa si sta verificando nel mare in questo momento storico nel quale l’impatto dell’uomo è minimo. La risposta è stata immediata e l’operazione di osservazione scientifica è partita coordinata dal prof. Nando Boero, nostro vicepresidente e dal prof. Enzo Saggiomo della Fondazione Stazione Zoologica. Guardia Costiera, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato, insieme alla Fondazione Trianon e alla Stazione Zoologica si sono attivate per un programma di immersioni in tutto il territorio nazionale. Nel Golfo di Napoli e a Pescara le prime immersioni del nucleo Carabinieri, filmate da Roberto Rinaldi, hanno consegnato immagini spettacolari, bisogna però continuare per avere un quadro più completo e una risposta dagli scienziati.

Abbiamo preparato un appello, che abbiamo condiviso con altre prestigiose Associazioni e Fondazioni, per chiedere alle commissioni di Camera e Senato di continuare il loro lavoro affinché gli iter legislativi delle leggi sulla difesa dell’ambiente siano portati avanti e si concludano. Le Commissioni hanno rallentato il loro lavoro e quindi sono rimaste bloccate importanti leggi sull’ambiente come la Salvamare. Consapevoli che i focolai del Covid 19 si sono sviluppati proprio nei luoghi dove l’inquinamento è più presente, abbiamo chiesto al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di inserire nella Task Force per la seconda Fase dell’emergenza Coronavirus degli esperti di temi ambientali. Ci sembra lapalissiano, nel momento in cui dobbiamo fare le  scelte su come proseguire il cammino nostro e dell’umanità, chiedere aiuto agli esperti, agli scienziati e a coloro che da anni ci indicano la strada per affrontare i cambiamenti climatici, per sviluppare un’economia circolare e per vivere senza intaccare  la preziosa biodiversità del nostro Pianeta. Sono problemi che bisogna affrontare subito, perché, come ha detto lo studioso israeliano Yuval Harari, le decisioni che si prendono oggi incideranno sul futuro nostro e dei nostri figli, e fra un anno non ci sarà la possibilità di cambiare le scelte. Finora non abbiamo avuto risposta ai nostri appelli; si parla giustamente di come rimettere in moto il motore produttivo che ha dato la possibilità agli uomini e alle donne di accedere a beni essenziali per la sopravvivenza, ma insieme vorremmo una visione più lungimirante del nostro futuro.

Inoltre non si ferma la nostra attività di educazione ambientale nelle scuole con i Delfini Guardiani delle Isole e negli Istituti Nautici rigorosamente online. Sono lezioni molto creative, fatte dai nostri biologi, esperti e animatori per catturare l’attenzione e mantenere alta la passione per il mare dei nostri giovani allievi.

Non sono sufficienti le leggi e la ricerca scientifica, se non sviluppiamo una vera cultura del mare e dell’ambiente sarà tutto vano.

Il nostro augurio è che in futuro si potrà dire che il tempo del Covid ha dato la spinta a un cambiamento di rotta dell’intera umanità. Ognuno deve fare la sua parte, consapevole che la posta in gioco è altissima e che riguarda il futuro del Pianeta. Avanti tutta!

di Rosalba Giugni

CONTROVIRUS | Io e il Covid

Enzo Soresi, Primario emerito di Pneumologia Ospedale Ca’Granda – Niguarda

Enzo Soresi, medico e Primario emerito di Pneumologia Ospedale Ca’Granda – Niguarda, ha fatto parte del consiglio direttivo di Braincircle Italia fin dalla fondazione, e continua a collaborare con noi, tanto che sul sito potete trovare un suo articolo proprio sul coronavirus. Qualche settimana fa è stato colpito dalla malattia in modo pesante, e ne è appena uscito. Questa è la sua testimonianza. 

Stavo benissimo fino a martedì 24 marzo e il Coronavirus non mi faceva paura, anche perché avevo da poco pubblicato Come ringiovanire invecchiando, un libro in cui spiego che il segreto per una vecchiaia “sana” è quello di ridurre l’infiammazione attraverso percorsi alimentari adeguati e attività sportiva moderata. E mi attengo scrupolosamente alle mie indicazioni. Se il mio stile di vita non ha impedito al virus di attecchire dentro di me, il fatto di essere in condizioni psicofisiche ottimali mi ha certamente aiutato nell’affrontare la malattia e uscirne vincitore.

Dunque, torniamo al 24 marzo. Mi sveglio sentendomi in forma, ma a metà giornata comincio a rilevare delle contratture muscolari alla schiena, vengo assalito da brividi intensi con febbre intorno ai 38,5 gradi. Come uno tsunami imprevisto, Il tutto si consuma in pochi minuti. Sono un medico, e non mi faccio illusioni. “È arrivato” mi dico. E credo di sapere anche come: in seguito a un paziente che ho visitato, seppur con le dovute cautele, pochi giorni prima.

La mia autoterapia

Il 18 marzo avevo letto del protocollo del virologo francese Didier Raoult, che proponeva l’uso di un antimalarico in commercio, più eventualmente un antibiotico a base di azitromicina. Avevo già prescritto telefonicamente questa terapia a tre pazienti che mi avevano contattato telefonicamente e che effettivamente in pochi giorni si erano sfebbrati. Iniziai quindi con fiducia ad adottare tale protocollo terapeutico, ancora in fase di validazione in uno studio controllato che il prof Raoult sta conducendo su oltre 3.000 pazienti a Marsiglia, ma già comunque applicato in numerosi ospedali italiani.

Per sicurezza, associai calcieparina come prevenzione al rischio ormai noto di embolie polmonari che questo virus induce. Ricordavo inoltre studi di immunologia degli anni ’70 in cui si dimostrava che gli anticoagulanti rallentano la duplicazione dei virus per cui ero doppiamente convinto della opportunità di iniziare questa terapia. Sicuro di guarire, gestivo la febbre, molto aggressiva, con modeste dosi di paracetamolo e attendevo fiducioso senza mai sentirmi veramente preoccupato di non farcela “in fondo non è altro che un’influenza” pensavo.

Il ricovero ospedaliero

Giunto al settimo giorno, vedendo che la febbre era ancora molto elevata, su sollecitazione di un caro collega pneumologo, mi decido finalmente a richiedere il ricovero presso l’Ospedale San Gerardo di Monza nel sospetto di una infezione polmonare. La decisione di farmi ricoverare è stata sicuramente molto sofferta, in quanto di fronte a me c’era l’incognita di ciò che avrei dovuto affrontare: casco di ossigeno, intubazione, broncoscopia?

Entro nello spettrale Pronto Soccorso dell’Ospedale San Gerardo di Monza il 1 aprile alle quattro del pomeriggio, e in pochi minuti mi eseguono tampone faringeo, emogasanalisi arteriosa, esami ematologici e radiografia del torace. Efficientissimi, mi dico, ma poi rimango per otto ore in un’attesa assurda senza nessun segno da parte di medici o infermieri, e la mia baldanza comincia a venire meno. Mi vengono in mente i filmati che ho visto in televisione, la gente che muore nei corridoi degli ospedali attendendo di essere visitata, la mostruosa solitudine di essere lì solo, potenzialmente contagioso e dunque tenuto a distanza da chiunque. Sentendomi in buone condizioni cliniche non ho mai pensato di potere morire in quella circostanza ma l’angoscia maggiore era il nulla che stava avvenendo in quelle ore.

Finalmente a mezzanotte, quando ormai avevo perso ogni speranza, arriva un giovane medico del Pronto Soccorso che mi conferma l’opportunità del ricovero: sono Covid-19 positivo e ho una infezione polmonare per fortuna allo stadio iniziale. Mi trasferiscono in un reparto di geriatria e lì rimango in parcheggio 48 ore continuando ad assumere tachipirina e ossigeno somministrato con le cannette nasali. Una inerzia che mi preoccupa e che mi mette, io medico, dalla parte dei pazienti che si sentono impotenti in una struttura in cui sono solo dei numeri. Ma per mia fortuna non sono un paziente impotente, ho un santo in paradiso (e lo dico letteralmente): il collega pneumologo Sergio Harari con cui per parecchi anni ho collaborato presso la Divisione pneumologica Piazza di Niguarda si è attivato per chiedere un mio trasferimento in malattie infettive, dove finalmente approdo alle 11 di venerdì 3. Immediatamente cambia lo scenario, in poco tempo valutano la necessità di darmi ossigeno con ventimask Venturi a flussi di circa quattro litri al minuto e, poiché dagli esami ematologici risultavano segni di infezione polmonare in atto, viene iniziata la terapia antibiotica endovena. Sono fortunato, perché da pochi giorni proprio grazie ad Harari e altri colleghi pneumologi era stato inserito il cortisone nel trattamento del Covid-19, allo scopo di spegnere la cascata infiammatoria indotta dalle citochine flogogene (la più importante delle quali è l‘interleuchina 6). Già dopo la prima somministrazione di cortisone endovena il quadro clinico cambia in modo imprevedibile, la febbre scompare, in pochi giorni mi sento come guarito, tanto da chiedere le dimissioni domenica di Pasqua dopo 11 giorni di ricovero.

È importante mettere a fuoco la presa in carico nel reparto di malattie infettive. Già al mio ingresso nella stanza noto nell’altro letto la presenza di una paziente con casco dell’ossigeno e in condizioni respiratorie assai critiche e mi rimane impresso lo stretto monitoraggio clinico di questa donna, ricoverata 4 settimane prima in condizioni preterminali. Se hanno tirato fuori lei da una situazione così grave, penso, con me sarà un gioco da ragazzi. Pur mancando la presenza di un “primario” nelle successive visite, quello che mi ha dato grande tranquillità è stata la assunzione di responsabilità di ogni singolo componente del reparto nelle sue funzioni operative. Ricordo un particolare aneddoto riguardo all’esame di emogasanalisi arteriosa che gioca un ruolo fondamentale nei pazienti respiratori. Si tratta di valutare con un prelievo arterioso, assai doloroso e tecnicamente difficile, le percentuali di ossigeno e anidride carbonica su cui poi vengono impostati i flussi dell’ossigeno. Purtroppo, nei giorni precedenti non erano riusciti nel reparto geriatrico a inserirmi un adeguato catetere per cui vivevo con grande preoccupazione ogni annuncio di prelievo, in media due al giorno. Appena l’ago tocca l’arteria per penetrarvi, si sente come una frustata diffusa a tutto il braccio e si ha per un attimo la sensazione di perdita di coscienza. Alle 2 di notte, nel reparto di malattie infettive dove ero ricoverato da due giorni, compare un giovane infermiere, un adorabile puffo di nome Stefano, chiamato apposta dall’infermiera di turno perché il più esperto in questa tecnica di inserimento dei cateteri arteriosi. Sedutosi vicino al letto iniziò a inserirmi con estrema sicurezza il catetere arterioso ma purtroppo il vaso si piegò immediatamente e il tentativo fallì. Senza perdersi d’animo mi disse “dottore, mi faccia fare il secondo tentativo” in pochi secondi riuscì perfettamente a incannularmi l’arteria e da quella notte non ebbi più la preoccupazione dei prelievi arteriosi, in quanto il catetere è rimasto pervio e operativo fino alla mia dimissione.

Riflettendo sulla mia esperienza ritengo che una presa in carico del malato a 360 gradi, come è avvenuto nel mio caso, sia la vera chiave dal punto di vista psicologico che libera da molte preoccupazioni in quanto ci si sente inseriti in percorso bene disegnato il cui obiettivo è la guarigione del paziente e a cui tutto il personale sanitario partecipa con pari responsabilità oltre che sensibilità nel rapporto con il malato.

Una seconda considerazione, dal punto di vista emozionale, riguarda il rapporto con il mondo esterno. Moglie, figli, amici, colleghi e nel mio caso pazienti, formano come una rete di sostegno in cui si è sospesi ma che dà un grande conforto e in questo caso il cellulare con il suo caricatore diventa una protesi indissolubile.

Il rientro a casa

Pensavo che mi sarei ripreso rapidamente. Ma sono passati 10 giorni dalla dimissione, sono ancora in terapia con modeste dosi di cortisone e ogni giorno ritengo di fare piccoli passi in avanti, in realtà il quadro clinico, pur essendo tutti i parametri biologici normalizzati, è imprevedibile, ci si sente come passati attraverso uno tsunami. Sono debolissimo, con accessi di stanchezza inaspettati, tanto che passo molte ore del giorno a letto, senza forze. Talvolta alle 5 del pomeriggio vengo assalito come da uno stato di disperazione, ai limiti di una condizione psicotica non motivata da nulla, considerando che il peggio è passato e sono in compagnia di mia moglie in assoluta serenità…

Qui mi è venuto in aiuto Youtube. Ascoltando gli approfondimenti in rete di professionisti di varie specialità, vengo a conoscenza che questo virus ha una elettività per il sistema nervoso centrale e periferico con possibilità quindi di indurre varie condizioni patologiche, in alcuni casi addirittura crisi epilettiche. Ne è una prova la perdita di gusto e olfatto che viene segnalata da moltissimi pazienti, e talvolta può essere persino l‘unico sintomo. Che fare? La mia esperienza, quella che vorrei trasmettere a tutte le persone che sono state ammalate, o hanno un familiare o amico convalescente, è che bisogna aspettare con fiducia che la tempesta passi, senza avere fretta. E in questo periodo è fondamentale nutrirsi bene, con molte proteine animali e vegetali, idratarsi tanto, riposare sistematicamente, fare piccole passeggiate, magari con pochi gradini, più volte al giorno. In fondo si tratta solo di ridare vita ai nostri mitocondri stressati da questa tempesta biologica. Quando scrissi il libro Mitocondrio mon amour nel 2015 avevo ben capito la fondamentale importanza che questi batteri hanno per il nostro benessere, fornendoci ossigeno e nutrimento, ma solo dopo questa botta di Covid-19 ho toccato con mano la loro fondamentale importanza.

Alcune considerazioni finali

Dalla mia esperienza di medico e di paziente, la “ricetta” per uscire dalla crisi sarebbe di proteggere gli anziani (e anche i giovani) debilitati, cioè affetti da altre patologie, mentre il virus dovrebbe circolare liberamente nel resto della popolazione come in realtà sta avvenendo in gran parte del mondo, in modo da produrre l’immunità di gregge. E nel contempo, come già avviene in Germania, intervenire al domicilio dei malati con tempestività, prevedendo un ricovero in quarta giornata in caso di persistenza febbrile in modo da evitare i ricoveri tardivi con insufficienza respiratoria, candidati alle terapie intensive e all’elevato rischio di morte.

Insomma penso che nei prossimi mesi lo scenario cambierà e ci abitueremo a convivere con il Covid-19 forti di esperienze e programmazioni sanitarie più consapevoli oltre che di presidi terapeutici più efficaci.

Concluderei con una riflessione paradossale. Il 19 aprile ho compiuto 82 anni e 57 anni di professione medica, e ora che l’ho superata considero questa mia esperienza con il Covid un ulteriore arricchimento sia a livello professionale che di potenziale paziente, quale mi sono sempre considerato.

di Enzo Soresi

CONTROVIRUS | Difficili previsioni con i coronadati

di Antonietta Mira
Professore di Statistica, Director Data Science Lab, Università della Svizzera italiana e Università dell’Insubria

Statistici ed epidemiologi si confrontano ogni giorno con la richiesta di fare previsioni sull’evoluzione della pandemia. Ma per fare previsioni servono dei buoni dati e dei buoni modelli. Se anche abbiamo dei buoni modelli ma i dati a disposizione non sono affidabili le previsioni che ne ricaviamo non saranno, purtroppo, attendibili. Abbiamo un mantra fra gli statistici: garbage-in, garbage-out: se, in un modello, entrano dati-spazzatura non possono che uscirne previsioni-spazzatura.

I dati sul Coronavirus riportati dalle fonti ufficiali soffrono di diverse forme di distorsione legate a come sono raccolti e ai tempi stessi di raccolta, che hanno spesso ritardi non uniformi per le varie regioni e per le varie categorie. 

È di pochi giorni fa la notizia che Wuhan ha corretto i dati dei decessi aggiungendo 1.290 casi: è una correzione enorme, del 50%, che è stata fatta quando, finita la fase emergenziale, le autorità hanno iniziato a fare delle verifiche incrociate e a includere i decessi avvenuti nelle abitazioni, gli errori fatti dagli ospedali nel riportare i decessi, e li hanno incrociato con i dati dei crematori, delle prigioni, delle case per anziani.

In Ticino mi risulta che i decessi per COVID-19 in case di riposo nel Canton Grigioni riferiti ad anziani residenti in Ticino, siano attribuiti al Ticino. Una prassi che in tempi di coronavirus fornisce una immagine distorta della diffusione geografica della pandemia. Per non parlare dei tempi di racconta. In Ticino, ma lo stesso vale per la Lombardia, i dati che vengono comunicati ogni mattina alle 8 fotografano, per alcune variabili, la situazione in essere circa 24 ore prima. Per altre, la situazione riportata è quella di alcuni giorni precedenti, fino a 3 o 4. Questa asincronia che varia da Paese a Paese, e nello stesso Paese, è diversa a seconda della fase in cui ci si trova, crea problemi di distorsione della fotografia che riceviamo. E questo a sua volta genera difficoltà a livello di previsione. Tutto ciò è comprensibile: in una fase emergenziale in un ospedale ci si preoccupa di salvare vite umane e non tanto di riportare alle autorità competenti quante persone sono decedute.

Poi c’è il problema di che cosa si conta, ovvero le questioni definitorie. Come mi spiega mio padre che è medico, tutti moriamo per arresto cardiaco ma non per questo nelle statistiche ufficiali l’arresto cardiaco è considerata la prima e l’unica causa di morte, ovvero con il 100% dei decessi riportati a questa causa. Ecco, una distinzione simile ma più sfumata andrebbe fatta fra decesso per coronavirus o con coronavirus. Se la causa primaria di morte è l’infezione da COVID-19 e non ci sono altre co-morbidità, ovvero altre patologie concomitanti, allora si tratta di un decesso per COVID. Nei pazienti anziani però spesso il decesso avviene perché intervengono varie cause concomitanti. In questi casi il decesso è con COVID. E allora è chiaro che qui entrano degli elementi di discrezionalità nel riportare, o addirittura nel verificare, se un decesso va annoverato o meno nelle statistiche ufficiali. Per esempio, i tamponi post-mortem in Germania non vengono fatti. In Italia non venivano fatti durante l’emergenza, solo recentemente hanno iniziato a farne. Se si fanno tamponi post-mortem il numero dei decessi attribuiti a COVID-19 aumenta.

Anche la questione del numero dei tamponi è rilevante: più tamponi si fanno, più casi positivi emergono. E il numero di tamponi fatti varia da Paese a Paese a seconda della disponibilità dei tamponi ma anche di politiche e protocolli adottati e, all’interno di uno stesso Paese, varia da momento a momento. Per esempio, in Italia per dichiarare un caso guarito, il protocollo dell’ISS richiede che vengano fatti 2 tamponi con esito negativo. È chiaro che di questo bisogna tenere conto quanto si valuta se i tamponi fatti sono tanti o pochi rispetto alla popolazione, da un lato, e rispetto ai nuovi casi emersi dall’altro. In Svizzera invece l’Ufficio federale della Sanità Pubblica considera un paziente guarito, nel caso avesse sintomi lievi e quindi probabilmente a casa in quarantena, dopo almeno 10 giorni dall’insorgere dei sintomi più 48 ore trascorse senza sintomi e non è richiesto un tampone negativo di verifica. Le 48 ore diventano 2 settimana se i sintomi erano più seri. Ma la cosa sta cambiando, perché da ieri tutte le persone con sintomi influenzali dovranno fare un tampone. Come si è detto, il numero dei tamponi eseguiti dipende anche dal numero di tamponi disponibili e dalla capacità di processarli in tempo utile. Durante la fase emergenziale mancavano i tamponi, e i laboratori per analizzarli davano risposte in tempi lunghi, anche di alcuni giorni. Oggi in Ticino mi dicono per esempio che il laboratorio dell’Ente Ospedaliero Cantonale è in grado di processarli nel giro di circa 8 ore. Ma stanno per arrivare metodi automatizzati per processare tamponi in pochi minuti, e nel contempo sono già disponibili esami del sangue che comportano una lettura rapida ed economica degli anticorpi presenti in chi ha contratto il COVID-19 e lo ha superato.

Ma la domanda a cui tutti vorrebbero una risposta è se i dati ci possono aiutare a capire a che punto siamo dell’epidemia.

Con Anthony Ebert, uno studente australiano post-doc dell’USI che collabora a un progetto finanziato dal SNF portato avanti da me insieme a un collega della Harvard School of Public Health, abbiamo costruito grafici che possono aiutare a capire dove ci troviamo lungo il difficile cammino dell’evoluzione della pandemia. I grafici, che chiamiamo ”spaghetti plot”, sono una descrizione dello status quo e non si avventurano in previsioni perché con i dati disponibili è molto difficile farne.

Vediamo prima uno di questi spaghetti plot, quello per la Mondo: ogni spaghetto rappresenta un Paese. Quando clicco play parte una sorta di film dove gli attori sono i vari Paesi.

Come sono costruiti gli spaghetti plot? I dati che alimentano i grafici sono presi da fonti ufficiali: Ufficio Federale della Sanità Pubblica, Protezione Civile Italiana, Organizzazione Mondiale della Sanità. Sull’asse delle ascisse, quello orizzontale, riportiamo, giorno per giorno, il totale dei casi positivi confermati fino a quel giorno. Confermati significa che è stato fatto un tampone e l’esisto positivo del tampone è stato confermato dalle autorità della sanità pubblica di quel paese. Sull’asse delle ordinate, quello verticale, abbiamo invece la somma dei nuovi casi positivi nei sette giorni precedenti. Il tutto è rappresentato su scala doppiamente logaritmica. Significa che sugli assi invece di avere 1, 2, 3 etc. abbiamo 1, 10, 100, 1000. Questo cambiamento di scale è utile perché altrimenti la crescita, che inizialmente è esponenziale, sarebbe troppo rapida per essere visualizzata bene. Inoltre, una crescita esponenziale appare come una retta se la rappresentiamo in un grafico su scala logaritmica; e gli scostamenti da un andamento lineare sono di più facile lettura.

Quando in un Paese l’epidemia si va spegnendo, nel nostro grafico vedremo la linea corrispondente piegare verso il basso. Significa che il numero dei nuovi positivi dell’ultima settimana rallenta la sua crescita e questo vuol dire che stiamo uscendo dalla fase critica. Quando il numero dei nuovi positivi si ferma la curva inizia a scendere verso il basso verticalmente. Questo fino ad ora è successo in modo marcato e determinato per la Cina e per il Sud Corea.

La Cina è il primo Paese che compare sul grafico quando cliccate su play. In effetti in Cina abbiamo il primo caso identificato il 7 gennaio. Una prima flessione avviene attorno al 10 febbraio, poi una flessione decisa è evidente il 19 dello stesso mese.

Con un doppio click sul nome del “Paese” che compare nella legenda sulla destra, potete isolare uno o più Paesi di interesse. Se passate il mouse sullo “spaghetto” potete visualizzare il giorno e le coordinate di quel punto: come detto, abbiamo:

  • X = casi totali positivi a quella data dall’inizio della pandemia
  • Y = casi totali positivi per la settimana precedente

Dopo lo “spaghetto” della Cina parte il Sud Corea con il primo caso identificato ufficialmente il 22 gennaio. La Corea del Sud mostra una prima flessione attorno al 7 marzo e un calo deciso nei primi giorni di aprile. Le misure di contenimento dell’epidemia che sono state attuate in Cina sono difficili da mettere in pratica nei paesi occidentali. Il Sud Corea invece ha messo in atto delle politiche di tracciamento dei casi con tecnologie digitali e “tamponamenti” massicci. La app Corona Science ticinese e quella Immuni italiana vanno in questa direzione, ma il loro utilizzo non sarà reso obbligatorio.

Oltre al grafico per il mondo abbiamo un grafico per la Svizzera, uno per l’Italia e uno per l’Europa.

Al 18 aprile emerge chiaramente per esempio che in America siamo ancora in una fase di crescita esponenziale: i punti, giorno dopo giorno, si trovano praticamente allineati lungo una retta. Mentre quasi tutti i cantoni e tutte le regioni italiane hanno iniziato la loro discesa verso il basso. Ci auguriamo succeda presto anche per i vari cantoni, per la Svizzera e per il mondo intero.

Aspettiamo che questo trend si consolidi e alimentiamolo con i nostri comportamenti virtuosi per ripartire con la serenità e la sicurezza che tutti aspettiamo.

In attesa di un vaccino contro il COVID-19, che ci permetterà di vivere senza ansia, sto preparando, insieme al filosofo ed epistemologo italiano Armando Massarenti un vaccino mentale, un libro dal titolo La pandemia da coronadati. Ecco il vaccino che ci spiegherà come sopravvivere al diluvio di informazioni spesso contrastanti e sempre angoscianti, nella speranza che una volta vaccinati, i lettori saranno in grado di vincere le altre sfide del digitale grazie agli anticorpi acquisiti durante la lettura.

di Antonietta Mira

Grafici:

Mondo
https://anthonyebert.github.io/COVID19data/covid19_original.html

Svizzera
https://anthonyebert.github.io/COVID19data/covid19_original_Switzerland.html

Italia
https://anthonyebert.github.io/COVID19data/covid19_original_Italia.html

Lombardia, Piemonte, Ticino e alcuni altri cantoni messi a confronto
https://anthonyebert.github.io/COVID19data/covid19_original_Ticino.html

Europa
https://anthonyebert.github.io/COVID19data/covid19_original_Europe.html

CONTROVIRUS | Ora basta!

di Umberta Telfener,
psicologa clinica

Adesso basta! Siamo stufi di essere trattati come bambini ed è ora che una rappresentanza dei cittadini possa dire la sua.

Se rispetto alla riapertura del Paese stiamo – forse – per entrare nella fase due, a livello psicologico sono almeno tre le fasi molto diverse che stiamo vivendo e in questo momento la rabbia e la paura la fanno da padroni. Mi vado a spiegare.

C’è stata una prima fase di stupore e comune vicinanza, una prima fase – alla notizia della letalità del virus – in cui ci siamo tutti stretti gli uni agli altri con disciplina. Si disquisiva sulla lezione che il virus ci stava insegnando, si imparava a stare da soli, a centrarsi, a mostrare ottimismo e solidarietà. Si inneggiava alla natura che stava riprendendosi il mondo, tutti insieme contro un nemico comune che identificavamo fuori dalla porta di casa. Fuori c’era la catastrofe e noi pensavamo al mondo roseo che avremmo costruito poi: una strategia generativa e adattativa per affrontare il pericolo.

È subentrata poi una seconda fase di incantesimo di quotidianità o sindrome da tana, in cui la sensazione è stata quella di svegliarsi ogni giorno allo stesso giorno, di essere diventati monadi chiuse nel guscio. Circolava la preoccupazione che si stesse agendo in modo frenetico dando per scontate le premesse sul funzionamento del virus, premesse che non sono mai state verificate/confutate. Azioni e proposte che aumentavano i divieti pur restando sempre all’interno dei nove punti (caro lettore risolvi il gioco che ti propongo e capirai di cosa sto parlando).

Unire tutti i nove i punti con quattro linee rette continue senza mai alzare la penna

Si è cominciato a parlare dell’errore umano nella cura e contemporaneamente si è regrediti nel ventre materno, rassicurati dallo stare a casa, al confino, con diminuite responsabilità, con una buona scusa per ridurre gli stimoli e ricadere in abitudini sempre uguali, anche un po’ noiose. Certamente ipnotiche. Protetti, al calduccio. “Anche solo aprire il portafoglio è già faticoso” mi ha detto qualcuno. In questa fase la paura per alcuni è stata quella di morire, molti altri l’hanno esorcizzata con la routine.

Siamo ora nella terza fase psicologica, quella in cui immaginiamo di ripartire e abbiamo paura di tornare a lavorare nel mondo. Dobbiamo ritornare alla vita normale, ma cos’è normale ora, dopo questa iniezione di iper-realtà che il virus ci ha proposto? Abbiamo giustamente paura che le nostre ipotesi di un mondo diverso verranno deluse e ci si riproporrà la solita e conosciuta frenesia, senza riuscire a trovare un nuovo equilibrio. C’è una grande incertezza sul futuro, c’è disorientamento. Abbiamo perso l’illusione rassicurante che qualcuno si stesse occupando di noi e questo ci fa paura: è meglio immaginare che qualcuno sappia cosa sta facendo! Ma non lo pensiamo più, le 40 task force, i 240 consulenti aumentano l’incertezza anziché darci fiducia. Abbiamo ancor più perso ogni illusione comprendendo che il depauperamento del sistema sanitario ha – come al solito – arricchito le tasche di pochi, che il sistema territoriale nella Sanità (quello della Toscana, dell’Emilia Romagna e del Veneto, per intenderci) offre maggiori garanzie di intervento capillare rispetto a quello ospedaliero ed è più efficace, costa solo di più. Più di prima sappiamo di dover fare i conti con i vizi e le corruzioni di chi siamo, dobbiamo scendere dall’altare e ritrovarci nella polvere. Sono subentrati l’insofferenza, la paura, mentre le variabili di dubbio sono rimaste le stesse. Si sono perse l’idealizzazione e le speranze in un mondo migliore, senza che ci sia stata ridata la responsabilità della nostra vita: non riusciamo – per come veniamo trattati dal governo – a riprendere la vita nelle nostre mani.

Siccome faccio la psicologa, da anni sono abituata a cercare soluzioni ai problemi esistenziali che i pazienti mi portano. Anche oggi propongo alcuni possibili pensieri per non rimanere nella paura.

TRAMUTARE IL SOSPETTO IN FIDUCIA: le ricerche confermano che un clima di fiducia porta a un maggior numero di scambi interattivi e permette di cooperare, di funzionare meglio insieme. Una piccola notazione: la fiducia non si “ha” ma si “dà”, fino a prova contraria; è cioè un atteggiamento, un investimento nel mondo, nell’altro e nella relazione, implica un salto nel buio, una rinuncia al controllo e alla sicurezza. La fiducia dobbiamo come prima azione darla a noi stessi, assumendoci la responsabilità per il nostro vivere.

AGIRE VERSO UNO SVILUPPO SOSTENIBILE: uno sviluppo economico compatibile con la salvaguardia dell’ambiente. Significa imparare a vivere nei limiti di un solo pianeta, organizzandoci in maniera dignitosa ed equa per tutti, senza distruggere le risorse naturali. Significa pensarci interdipendenti con il mondo, con la natura e tra noi. Si tratta di abbandonare un modello lineare e semplice, generalizzato, scientista, per abbracciare la complessità e la complementarietà dei punti di vista, che funzionano su scala locale in maniera aperta, flessibile e dinamica. Non imposizioni che provengono dall’alto, ma la partecipazione responsabile di ogni cittadino nel suo piccolo.

PENSARE IN PICCOLO E DAL BASSO: i giornali già ci dicono di singole situazioni locali di eccellenza, potrebbero aumentare e fare una differenza. Si è istituita la spesa sospesa, la possibilità in alcuni supermercati di pagare una spesa virtuale per chi ne ha bisogno. Alcuni quartieri hanno organizzato cene di quarantena in cui i ristoranti della zona portano a casa il cibo in modo da non chiudere e non licenziare il personale. Alcuni municipi stanno organizzando iniziative molto interessanti e solidali con la partecipazione attiva dei cittadini. Le comunità religiose e le organizzazioni non governative distribuiscono mascherine, disinfettante, cene e conforto ogni giorno, inventando soluzioni veloci per stare dalla parte dei deboli. Sempre più persone si attivano per dare una mano e fare la differenza attraverso la cooperazione.

ASSUMERE UN ATTEGGIAMENTO ETICO: etica non vuol dire la disposizione a fare le azioni giuste, non il “tu devi, tu non devi”, “io devo”, non l’etica come giudizio morale di qualcuno che dal di fuori sa meglio di noi. Le persone l’etica la incorporano con i loro atteggiamenti, le loro scelte, le azioni che mettono in atto, il linguaggio che utilizzano. Ci dobbiamo ricordare che ogni volta che agisco nel qui e ora non solo cambio io ma cambia anche l’universo perché l’atteggiamento etico che propongo lega in maniera inseparabile il soggetto e i suoi comportamenti a tutti gli altri.

Il mio maestro, Heinz von Foerster, fisico, epistemologo, filosofo della scienza di grande fama, mi ricordava sempre che in ogni momento siamo liberi di agire verso il futuro che desideriamo e sosteneva che B sta meglio quando A sta meglio. Teniamolo in considerazione!

di Umberta Telfener

CONTROVIRUS | Igiene dei sentimenti

di Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all’Università degli Studi di Milano

Ci sentiamo per la prima volta fragili e minacciati. La tranquilla routine assicurata a molti dallo Stato sociale e dall’Economia dei consumi è stata, da un giorno all’altro, abolita da un decreto caduto dall’alto. Siamo in guerra – ci è stato detto – e come in tempo di guerra non vale la legge comune, ma lo stato d’eccezione. Ordiniamoci nella mobilitazione totale: alcuni al fronte, nella prima linea, altri nelle retrovie, per assicurare i servizi essenziali, la maggioranza reclusa nei rifugi domestici (almeno quelli che ne dispongono): isolati ma connessi, per ascoltare i bollettini di guerra, con la loro litania funerea e l’appello ai buoni sentimenti.

Realtà o realtà percepita? Vissuto o rappresentazione? Non mancano i buoni consigli degli psicologi, profusi da ogni emittente televisiva, radiofonica, elettronica, cartacea, i medici dell’anima, non meno agguerriti dei medici del corpo. Datevi una regola quotidiana, per non cadere nella nevrosi della spontaneità impedita e nella depressione dell’abbandono al proprio ego. Concentratevi sulle piccole cose e le necessità primarie, createvi una routine, delle abitudini fisse, per non smarrire il senso del tempo e del suo scorrere uguale. Curate i rapporti interpersonali e recuperate il senso di vicinanza tra genitori e figli, costretti in una clausura minacciosa e non priva di pericoli. Leggete un libro (già, da quanto tempo non leggo un libro per intero? Sarò ancora in grado di farlo? E poi, ne ho veramente voglia?), ricucite relazioni di cui avete perso traccia (tanto ci sono le tecnologie a facilitarvi il compito), ecc. Coltivate le piccole virtù: pazienza, parsimonia, ingegnosità tecnica, gentilezza, empatia, oppure, se siete obbligati a farlo, le virtù cardinali della fortezza, della prudenza, della temperanza, della giustizia. Dopo tutto la crisi è anche un’occasione, e chissà se non usciremo migliori, anziché peggiori, dalla prova? Insomma, non basta curare l’igiene del corpo, ma è anche più necessario avere una regola d’igiene della mente o (come si diceva un tempo, e ora a stento solo i preti si ricordano di dire) dell’anima.

L’aspetto che più mi colpisce, in questo psicodramma collettivo, è proprio la distanza tra le parole e le cose. Anzitutto la scelta di un termine improprio (guerra) per definire la cosa (pandemia), con l’inevitabile corollario retorico che esso si porta dietro: obbedienza, patriottismo, sacrificio, caduti, paura, coraggio, eroismo, fronte, nemico, traditore, falsa propaganda, ecc. E, in secondo luogo, il profluvio comunicativo, il rumore dissonante con cui ci si sforza di riempire l’effettivo vuoto in cui siamo subitamente precipitati, il silenzio che non sappiamo affrontare. Eppure, se spegniamo la televisione e ci affacciamo alla finestra, la realtà percepita, non quella rappresentata, la sensazione che ci trasmettono le cose, è proprio l’abbassamento del volume dei suoni e delle voci, l’assenza di fastidio e di invadenza del rumore, persino (se si è in luoghi che lo consentono) la migliore qualità dell’aria, la pace e il silenzio. Aristotele diceva che questa non diretta corrispondenza tra parole e cose non deve stupirci, perché le parole significano i nostri sentimenti, mentre le cose affettano i sensi. Il vero esercizio quotidiano, la autentica igiene della mente, a cui questa drammatica pandemia ci richiama è dunque in un recupero della capacità di ascoltare il silenzio, di misurare le parole e l’ansia della comunicazione, per ritrovare una misura umana dei nostri discorsi, una corrispondenza più diretta tra il dire e il sentimento che in esso si esprime. Maestri di questa sapienza – lo sappiamo – erano i monaci, i solitari, sulle cui spalle ha poggiato per secoli la virtuosità cristiana. Solo quando la parola promana dalle profondità del silenzio, quando la voce si fa canto (non della natura, ma dello spirito), essa acquista un potere di edificazione e di illuminazione della socialità. Un filosofo morale neo-aristotelico, teorico del comunitarismo, Alasdair MacIntyre, in conclusione della sua disamina della crisi del linguaggio morale, nel fondamentale libro After Virtue (1981), non esitava ad invocare (non immemore forse dei propri trascorsi marxisti), come possibile storico rimedio alla sordità comunicativa del tardo capitalismo, l’avvento congiunto di un nuovo Trockij e di un nuovo San Benedetto!

Se il discorso del filosofo americano di origini scozzesi poteva suonare utopistico e provocatorio (e intendeva forse esserlo), il suo richiamo alla necessità di restituire senso al linguaggio della morale, in cui si esprimono i sentimenti, è quanto mai opportuno, nel clima sospeso che stiamo vivendo. Si dice che dobbiamo uscire migliori dalla battaglia contro il virus. Sappiamo in realtà che ne usciremo più impoveriti e più incattiviti (i segnali non mancavano del resto anche prima). I richiami retorici al risveglio delle energie e delle italiche risorse patriottiche nel dopoguerra non suonano del resto di buon auspicio. È la solita esaltazione degli spiriti vitali, della distruzione creatrice delle forze economiche del capitalismo, a prendere realmente voce in questi appelli. Il cinismo del buon senso popolare ha sempre trovato consolazione in un concetto più modesto: chi muore giace e chi vive si dà pace! Un grande filosofo e un Giusto del Novecento, il cecoslovacco Jan Patočka, invocava la solidarietà degli scossi, la viva memoria della sconfitta del bene e della sua volontà di rivincita nel polemos tragico della storia, come risposta al cinismo dell’uomo comune. Ma la prova (per quanto dura) a cui siamo sottoposti in questo tempo non ha la tragica grandezza e vastità che dovettero affrontare i nostri avi, e quel richiamo a una concreta solidarietà assume contorni più modesti e alla nostra portata.

Quella di cui abbiamo bisogno è maggiore sobrietà e capacità di riserbo e di silenzio. Qualcuno potrebbe azzardare anche di pudore, se pensiamo al grado di volgarità e sfrontatezza a cui si era ridotta la nostra comunicazione pubblica prima di questa provvidenziale (?!) pandemia. Dovremmo esercitarci in privato a una maggiore attenzione ai nostri sentimenti e alle parole che cercano (non sempre in modo fedele e adeguato) di esprimerli. Dovremmo imparare a distinguere quanto di naturale e quanto di risentito si è depositato in essi col tempo e l’abitudine.

Non siamo ancora riusciti (come nazioni e come popoli) a liberarci degli stereotipi e degli odii che le vecchie generazioni ci hanno trasmesso. Il risentimento più che la memoria dell’esempio e l’elaborazione del lutto, è il suggeritore di gran parte del discorso pubblico e della retorica politica contemporanea. Come un riflesso di tale sentimento distorto, la aggressività e la violenza si sono riversati anche nel linguaggio personale, nella comunicazione sociale dei singoli. Ce ne lamentiamo, ma non sappiamo rinunciare facilmente a questa pronta e facile rivalsa della nostra frustrazione. Un piccolo esercizio quotidiano: pensare a quale sia il nostro sentimento più costante, il “basso continuo” su cui moduliamo la nostra personale “melodia” discorsiva. Pensare a quanto di naturale e personale e quanto di abituale e posticcio vi si è sedimentato. Trovare le giuste parole per esprimere queste sfumature del sentimento e queste variazioni dell’umore. Tacere ciò che va taciuto e provare a dire ciò che va detto, e che forse non siamo mai stati capaci di dire. Disciplina del sentimento e del linguaggio: forse qualcosa di migliore, in ciascuno, si può ancora trovare e riavviare.

di Amedeo Vigorelli

CONTROVIRUS | Insegnamento a distanza

di Gian Carlo Cocco, docente universitario e consulente di management

La chiusura delle scuole e delle università, a seguito dell’epidemia in atto, con la conseguente sostituzione dell’insegnamento tradizionale con quello a distanza o telematico, rappresenta un’alternativa giustamente considerata l’unica possibile, per non giungere al blocco totale dell’istruzione dei giovani. Molti osservatori e studiosi la considerano addirittura un’opportunità che occorre incrementare in quanto rappresenta la formazione del futuro.

Per contribuire a chiarire il dibattito in corso che coinvolge non solo gli studenti e i docenti, ma anche, in modo comprensibilmente coinvolgente, i genitori, proponiamo alcune considerazioni sull’insegnamento telematico alla luce dei più recenti contributi delle neuroscienze nel campo dell’apprendimento.

Prima di tutto occorre accennare al vasto impiego della tecnologia telematica e informatica a supporto dei processi di insegnamento. L’erogazione può avvenire tramite interventi interattivi tra docente e discente, oppure tramite interventi predisposti che possono essere usufruiti autonomamente dai discenti.

Come influisce la formazione a distanza nei processi di apprendimento degli studenti? È ipotizzabile che l’insegnamento a distanza possa progressivamente sostituire l’insegnamento tradizionale? Dal punto di vista dei genitori e dal punto di vista civile e sociale la risposta a questi quesiti è essenziale per non cadere preda di mode che possono originare inconvenienti per il futuro dei giovani, al di là dello stato di necessità attuale e delle opportunità indubbiamente offerte dalla telematica.

Gli ultimi sviluppi delle neuroscienze forniscono interessanti e innovative indicazioni su come funziona l’apprendimento e su come imparare più velocemente attraverso tecniche, supporti, procedimenti e accorgimenti basati sui meccanismi neuronali e sul funzionamento delle reti cerebrali che presidiano i processi di memorizzazione.

Una prima fondamentale considerazione è la dimostrazione scientifica che il cervello umano, a partire dalla nascita, non è una tavola vergine di cera sulla quale gli input sensoriali e cognitivi imprimono il sapere, ma racchiude in sé, fin dalla gestazione, un insieme di strutture cerebrali precostituite, ereditate nel corso dell’evoluzione, in grado di attivarsi con modalità interattive a contatto con gli adulti. Imparare significa focalizzare e sfoltire: durante l’infanzia i circuiti cerebrali che non vengono utilizzati sono progressivamente eliminati.

Nel suo libro, Imparare. Il talento del cervello, la sfida delle macchine, Stanislas Daheane dimostra che il cervello umano è ancora superiore all’intelligenza artificiale perché impara meglio di qualsiasi macchina. Questa superiorità deriva dal fatto che il cervello infantile è dotato di una serie molto ampia di facoltà, come ha dimostrato il neuroscienziato Howard Gardner con il suo paradigma sulle intelligenze multiple. Osservando il cervello di un neonato è possibile rilevare strutture cerebrali ben organizzate predisposte ad acquisire i contenuti dei principali campi del sapere: tutti i circuiti cerebrali di un adulto risultano già presenti. Sarebbe fondamentale che i sistemi di insegnamento facessero tesoro di queste scoperte e si riuscisse ad anticipare notevolmente l’insegnamento fin dalla prima infanzia (ovviamente con metodologie appropriate).

Per comprendere come agisce l’apprendimento anche dopo l’infanzia e fino all’età adulta. è indispensabile analizzare come agisce la memoria, o meglio come agiscono le memorie di lavoro, autobiografica, semantica, procedurale ed emotiva.
Le diverse memorie riescono ad agire in forma integrata soprattutto quanto si apprende. La memoria di lavoro registra un’informazione, questa informazione, se opportunamente rinforzata, viene trasferita alla memoria episodica, da qui avviene il passaggio alla memoria semantica. La memoria semantica può trasferire alla memoria procedurale certe operazioni in modo da renderle automatiche. In sostanza, senza memoria non può esserci apprendimento.

Occorre rivalutare il ruolo della memoria per rendere i processi di apprendimento efficaci e stabili. Imparare a memoria è caduto in disuso, ma per secoli è stato un esercizio mentale fondamentale. Quando una mente riesce a rievocare con precisione sequenze di informazioni, fornisce una base di manovra a tutti i temi connessi e rende gli schemi mentali più facilmente utilizzabili (chi riuscirebbe ad elencare la progressione delle Alpi italiane senza fare ricorso alla filastrocca: “MA COn GRAan PEna LE RECA GIU’ ”?).

Molti neuroscienziati sostengono che la memoria è un sistema rivolto al futuro e non al passato. Il suo contributo non è di “guardare indietro”, ma di elaborare ipotesi su quello che potrebbe accadere per non essere colti di sorpresa. Si tratta della strategia mentale che suggeriscono gli insegnanti efficaci. Reiterando le informazioni, i sistemi mnemonici aiutano il cervello a tenerle a mente e a utilizzarle nel momento opportuno.

Le neuroscienze hanno ampiamente confermato le intuizioni di molti filosofi, l’essere umano è progettato per connettersi con gli altri. Le strutture sociali del cervello sono di gran lunga prevalenti: si pensi alle formidabili capacità di lettura dello sguardo, delle espressioni del viso e della postura che possiedono tutti gli esseri umani fin dall’infanzia. Nel cervello umano si sono sviluppati meccanismi per rilevare le intenzioni altrui insieme a meccanismi per celare le stesse intenzioni. Tutti i processi comunicativi sono realizzabili tramite il supporto dei processi emozionali che pervadono ogni forma di socialità. Nel rapporto interpersonale diretto le emozioni indirizzano la socialità e la socialità influenza le emozioni. In un rapporto a distanza, anche con i più efficaci mezzi visivi e auditivi, questo fenomeno si affievolisce in modo essenziale.

I comportamenti imitativi, indotti dai neuroni specchio, diffusi in molte aree della corteccia cerebrale e del sistema limbico del cervello, consentono la realizzazioni di diverse manifestazioni umane tra le quali, fondamentali fin dalle prime fasi dell’esistenza, vi è l’apprendimento. L’imitazione è un mezzo molto potente per imparare e necessita di vicinanza fisica che non può essere sostituita dal contatto virtuale. I neuroni specchio consentono di entrare nei panni degli altri solo se siamo in contatto diretto.

L’insegnamento svolto a diretto contatto attiva schemi ripetitivi di elaborazione mentale basati su un processo empatico, difficilmente riproducibile tramite comunicazioni a distanza. Questi schemi possono essere rinforzati anche da un impegno autonomo, il quale però ha necessità di un riscontro successivo che scaturisce sempre dalla vicinanza tra docente e discente. Questa vicinanza consente di realizzare il “condizionamento vicario”, un processo di influenzamento basato su stimoli positivi che si riverberano su due aspetti fondamentali:

  • la curiosità, che apre il fronte all’esplorazione mentale tramite un coinvolgimento attivo e continuativo (Jaak Panksepp definito la curiosità l’emozione primaria dei mammiferi e degli esseri umani);
  • l’accettazione dell’errore, la disponibilità a sbagliare che origina il più efficace e il più rapido dei processi di trasferimento e apprendimento, il quale scaturisce solo a seguito del rassicurante contatto umano con il docente. Questo contatto è in grado di risvegliare e tenere desta l’attenzione focalizzata, insostituibile per imparare.

Emerge che l’insegnamento a distanza è un potente supporto all’apprendimento basato sul contatto umano, ma non può sostituirlo. Nei casi di assoluta necessità come quello attuale si rivela un’accettabile alternativa, ma occorre prestare la massima attenzione per non scivolare nell’illusione avveniristica che i mezzi informatici e telematici possano diventare una panacea.

Se l’educatore è una specie di vice genitore, proviamo a immaginare un genitore che alleva i propri figli telematicamente…

di Gian Carlo Cocco

CONTROVIRUS | Due donne per il vaccino

Viviana Kasam,
Presidente BrainCircle Italia

Si comincia, forse, a intravedere la luce in fondo al tunnel. Mentre i Governi in tutto il mondo preparano le norme per un progressivo rientro alla vita attiva e alla normalità, o almeno a una forma di normalità vigilata, prende corpo la speranza di arrivare, in tempi relativamente brevi, a terapie efficaci e forse anche a un vaccino. In molti ospedali si stanno sperimentando con risultati promettenti farmaci diversi, perché diversi sono gli approcci alla comprensione dell’eziologia del virus. E sono più di cento i laboratori in tutto il mondo nei quali si sta alacremente lavorando a un vaccino, anche se si contano sulle dita di una mano quelli che hanno qualche seria speranza di successo, almeno nel prossimo futuro.

In Israele sembra essere in dirittura d’arrivo la sperimentazione su un vaccino messo a punto dal Migal Galilee Research Institute: nasce dall’esperienza con il coronavirus aviario, sul quale l’azienda sta lavorando da quattro anni. In America, presso il Medical Center dell’Università di Pittsburgh un team di ricercatori guidati dall’italiano Andrea Gambotto sta lavorando a un vaccino veicolato non via iniezione, ma grazie a un cerotto: nasce dalla ricerca del 2003 per vaccino contro la SARS, che venne abbandonato perché il virus scomparve da solo.

Ma ancora più vicina al traguardo sembra essere la ricerca italiana. Coordinate da Pietro Di Lorenzo, presidente e amministratore delegato del gruppo IRBM di Pomezia, due donne stanno lavorando contro il tempo. Sarah Gilbert, che dirige lo Jenner Institute, uno dei più prestigiosi centri di vaccinologia al mondo presso l’Università di Oxford e Stefania Di Marco, a capo della Advent Team del Gruppo IRBM, sono in procinto di avviare in Inghilterra la fase 3 di sperimentazione del nuovo vaccino AntiCovid19 su un gruppo di 550 volontari, dopo aver ottenuto l’autorizzazione dell’Agenzia Inglese per il Farmaco. 

Entro giugno l’inoculazione sui volontari dovrebbe essere terminata, e per l’autunno si dovrebbero conoscere i risultati. Se confermeranno le aspettative, il vaccino potrebbe essere disponibile all’inizio del 2021.

Come è riuscita la joint venture Jenner/IRBM a tagliare i tempi?

“Da 18 anni lo Jenner Institute studia la famiglia dei coronavirus” spiega Di Lorenzo. “E in questo momento sta testando, in fase 2 di sperimentazione in Arabia Saudita, un vaccino per un coronavirus molto simile al SARS-CoV-2, quello della MERS. Questo ha consentito a Sarah Gilbert e al suo gruppo di sintetizzare in un paio di settimane il gene della proteina spike del Covid 19 (ovvero non il virus stesso, ma una porzione  sintetica e innocua del suo genoma), non appena i cinesi nei primi giorni di gennaio hanno isolato e sequenziato il virus. Ma come iniettarlo nell’organismo umano in modo innocuo in modo da pre-attivare il sistema immunitario che non riconosce il Covid 19, non avendolo mai incontrato prima? Noi dell’IRMB disponiamo di un formidabile cavallo di Troia. È l’adenovirus, il virus dei banali raffreddori, depotenziato affinché non possa replicarsi nell’organismo. Questa piattaforma che abbiamo realizzato sette anni fa grazie al genio di Riccardo Cortese, biologo molecolare di fama internazionale e nostro partner, ci ha consentito di realizzare il vaccino anti Ebola. Caricato al suo interno con la proteina spike sintetizzata e depotenziata, l’adenovirus consente di far entrare il gene della proteina spike nell’organismo umano e attivare il sistema immunitario, in modo che qualora in futuro si dovesse contrarre la malattia, ci sarebbero pronti gli anticorpi per contrastarla”.

Una storia di sapore omerico, che ha consentito di tagliare drasticamente i tempi: poiché sia la piattaforma dell’adenovirus che il gene della proteina di coronavirus sono già stati approvati, rispettivamente nel vaccino contro l’Ebola e in quello contro la MERS, ai ricercatori è stato consentito di saltare le fasi 1 e 2 della sperimentazione umana e partire direttamente con la fase 3.

Questo in Inghilterra… e in Italia?

“Abbiamo già contattato il Ministro della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, l’Aifa, il Ministro per la Ricerca e gli organismi competenti per ottenere una fast track anche da noi: mi sono sembrati interessati e collaborativi” spiega Di Lorenzo.

Intanto l’azienda si sta attrezzando per decuplicare la capacità produttiva e cercare partner istituzionali. Certo, è una scommessa coraggiosa. Le incognite sono molte, basti pensare al buco nell’acqua del vaccino contro la SARS. Non potrebbe succedere che il SARS-CoV-2 scompaia da solo come il suo predecessore, vanificando il vostro lavoro e il vostro investimento?

“Realizzare un vaccino efficace è importante non solo per questa emergenza, ma anche per quelle future. Non illudiamoci, anche se questa pandemia dovesse recedere spontaneamente, con i coronavirus la storia non è finita qui: mutano e diventano più aggressivi. Ma se troviamo il modo di veicolare un vaccino efficace, in 15 giorni sarà possibile attualizzarlo: così come abbiamo fatto utilizzando per il coronavirus l‘esperienza con la MERS e con l’Ebola. E come avviene ogni anno con il vaccino dell’influenza”.

Non teme la concorrenza? Realizzare un vaccino ha costi altissimi: e il rischio di essere battuti sul tempo è un problema reale…

“È utile che ci sia più di un vaccino. In una situazione di pandemia, sarebbe un beneficio disporre di vaccini con modalità diverse di azione e somministrazione” è la salomonica risposta di De Lorenzo. 

De Lorenzo è uno che di scommesse e di rischi calcolati se ne intende, come testimonia la storia della sua azienda, un piccolo miracolo italiano. I laboratori della IRBM facevano parte della rete produttiva della Merck in Italia, ma nel 2009, dopo la fusione con la Schering Plough, la multinazionale farmaceutica americana decise di chiudere le attività italiane, scorporando solo la struttura di Pomezia, per motivi di immagine e perché in quei laboratori l’anno precedente era stato scoperto l’Isentress, il farmaco più innovativo per l’AIDS. Di Lorenzo, che allora era un consulente della Merck, fu incaricato di cercare una cordata di industriali italiani interessati a rilevare il Centro, ma senza successo. Decise allora di impegnarsi in prima persona per tenere in vita quel fiore all’occhiello della ricerca farmaceutica italiana, concordando con i 180 ricercatori e i sindacati un drastico progetto di ridimensionamento, in vista però di un graduale ritorno alla produttività piena. Una scommessa che ha avuto successo: dai 25 ricercatori assunti subito nel 2009, la IRBM in dieci anni è tornata a impiegarne, tra interni e consulenti, 250, di cui i due terzi sono donne; collabora con centri di ricerca e Università in tutto il mondo, ed è un modello di gestione in un settore difficile come quello farmaceutico. Oggi è specializzata in progetti di ricerca integrati nel campo chimico farmaceutico per l’identificazione di nuovi agenti terapeutici sia di origine chimica che biologica e nella implementazione di una libreria europea di composti chimici, molecole che non hanno trovato un preciso utilizzo, ma vengono catalogate e rese disponibili per la ricerca nazionale. Uno straordinario e prezioso archivio per costruire il quale Di Lorenzo è impegnato da anni, perché proprio dalle molecole “orfane” possono scaturire importanti risultati terapeutici. E vanno quindi salvate.

di Viviana Kasam