Antonio Malgaroli

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Dirige il Centro Universitario per lo studio della Comunicazione e del Comportamento presso l’Università Vita-Salute San Raffaele (UniSR).

Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Milano si è poi specializzato nella stessa Università in Psichiatria. È Professore Ordinario presso l’Università Vita-Salute San Raffaele (UniSR), oltre che in questa Università insegna anche presso l’Università della Svizzera Italiana (USI) di Lugano e presso il Politecnico di Milano. Fin dal suo periodo di Post-Dottorato presso l’Università di Stanford U.S.A. si è sempre occupato dei meccanismi di plasticità dei circuiti sinaptici fornendo importanti contributi sui meccanismi generativi e di modulazione di questi processi. Nel corso della sua carriera ha sviluppato molteplici metodiche innovative, sia elettrofisiologiche che di imaging ottico, per lo studio quantitativo dei circuiti sinaptici e delle loro modifiche. È membro dell’Organizzazione Europea per la ricerca scientifica EMBO. Dirige il Centro Universitario UniSR per lo studio della Comunicazione e del Comportamento. Per quanto riguarda l’attività clinica, si occupa di varie forme di dipendenze, sia da sostanze che comportamentali, del disturbo ossessivo-compulsivo e della Sindrome di Tourette. È membro del comitato scientifico dell’Associazione Italiana Tourette (AIST).

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Claudio Franceschi

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Laureato in Medicina e Chirurgia, è attualmente Professore Emerito Alma Mater UNIBO. Autore di oltre 800 pubblicazioni su riviste internazionali, è 21° nella lista dei Top Italian Scientists in Italia e all’estero per le Scienze Biomediche. Studia l’invecchiamento e la longevità (centenari) di sangue e sistema immunitario (fegato, cervello, microbiota intestinale) utilizzando tecnologie “omiche” (genomica, proteomica, metabolomica, metagenomica etc., che consentono la produzione di dati ad alta dimensionalità) e metodologie di intelligenza artificiale.

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CONTROVIRUS | Ripartire dall’intelligenza delle donne

di Viviana Kasam, presidente BrainCircle Italia

Le donne sono state escluse dalle task force per la ricostruzione post-Covid?

Senza lamentarsi pubblicamente, senza inviare petizioni, senza rilasciare interviste polemiche, le due più note scienziate italiane, Ilaria Capua, direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, e Fabiola Gianotti, direttrice generale del Cern di Ginevra hanno deciso di crearselo da sé un comitato prestigioso e autorevole, scegliendo fior da fiore le migliori esperte internazionali – ma nel gruppo c’è anche un 30% di uomini: “guardiamo alla competenza, non al genere” spiega Capua. E in questa fase le competenze prioritarie sono l’ottica e l’esperienza femminile fatta di buon senso, partecipazione, interconnessione, pragmatismo: fattori fondamentali per trovare soluzioni innovative.

L’hanno battezzato Yellow Submarine, il loro progetto, con l’ironia e la leggerezza che è la cifra delle donne intelligenti. “Durante il Covid ci siamo sentite come dentro un sottomarino, ci incontravamo su Zoom, strette in una stanza virtuale, parlando lingue differenti e analizzando i problemi da prospettive diverse” ha raccontato Ilaria Capua a Giulia Belardelli del Huffington Post.

Yellow Submarine parte da un’idea pragmatica ma innovativa. Quella di “fotografare” il virus in tutte le sue manifestazioni per comprenderne il meccanismo d’azione, prima di proporre soluzioni che, al momento, non possono essere basate sulle conoscenze concrete, che sono troppo frammentarie e scoordinate. E dunque, raccogliere, standardizzare e analizzare le montagne di dati generati in tutto il mondo durante la pandemia, con la straordinaria potenza di calcolo del Cern, che ha messo a disposizione la piattaforma Zenobo, un archivio open access al cui interno verrà sviluppata un’area dedicata al Covid. Qui sarà possibile caricare vari tipi di dati: sia quelli raccolti in modo specifico da ospedali, istituzioni e persone, sia quelli raccolti con altre finalità, per esempio relativi a inquinamento, piogge, mobilità, per correlare i tracciamenti ai dati epidemiologici.

“Ma in questo mare di dati si rischia di annegare, soprattutto perché non sono stati definiti degli standard condivisi per il rilevamento” spiega Antonietta Mira, direttore del laboratorio di Data Science dell’Università della Svizzera italiana e professore di statistica all’Università dell’Insubria, coinvolta nel progetto Yellow Submarine. “Per esempio, i protocolli di somministrazione dei tamponi e il conteggio dei positivi varia da Paese a Paese e persino da ospedale a ospedale, e quindi i risultati non sono confrontabili; i decessi per Covid non sempre sono stati distinti dai decessi con Covid e ci sono distorsioni legate ai tempi di raccolta dei dati”. Insomma, la foto è sfocata: milioni di pixel ma non armonizzati.

Come arrivare a una immagine nitida e ben definita? Cinque le linee di ricerca stabilite con l’obiettivo di affrontare future crisi sanitarie con conoscenza di causa. 1. Cambiamento climatico e rapporto tra inquinamento e diffusione del Covid. 2. Natura e resilienza, ovvero come la natura ha reagito al lockdown – lo abbiamo visto tutti, i mari di nuovo azzurri, i delfini nei porti, il cielo pulito, persino le lucciole a Roma. 3. Le differenze di genere – perché la malattia ha colpito uomini e donne con percentuali e manifestazioni diverse (finalmente se ne parla: la medicina di precisione e in particolare la medicina di genere è la bussola verso il futuro); 4. Sorveglianza degli animali sia per il loro ruolo nella diffusione del virus sia come possibili alleati e sentinelle delle malattie; 5. il ruolo della vaccinazione antinfluenzale nel decorso dei pazienti che l’avevano fatta rispetto ai non vaccinati – un altro indizio importante di cui poco si è sentito parlare.

Del team fanno parte esperte ed esperti in matematica, fisica, economia, statistica, ingegneria, medicina, veterinaria, agronomia, climatologia: è un gruppo molto eterogeneo che si è creato spontaneamente, perché il Covid-19 sta fungendo da acceleratore di interdisciplinarietà. È la fine della scienza settoriale e si sta tornando finalmente a una visione leonardesca della conoscenza, che è umanistica e scientifica insieme, tiene conto non solo della persona nella sua interezza psicofisica, ma anche dell’ambiente e delle sue interazioni con l’umanità. Il Covid, come ho già scritto su queste pagine, è stato un hacker, che ha scardinato il sistema per mostrarne le debolezze e non si può ricostruire senza tenerne conto.

Yellow Submarine è un progetto rivoluzionario perché inserisce in un problema soprattutto sanitario la capacità computazionale, ovvero l’organizzazione e la strutturazione dei dati.

Un’altra novità è che sia il gruppo che la piattaforma di lavoro sono open, ovvero chiunque può collaborare, a differenza dei comitati chiusi sui quali si appoggiano le istituzioni. Finalmente una modalità da Terzo Millennio, a rete, orizzontale e non gestita dall’alto: la modernità tecnologica e intelligente contro i vecchi sistemi che hanno prodotto il degrado che ha aperto la strada al Covid, lo sguardo femminile dell’interdipendenza contro il culto maschile della piramide.

È una visione aperta a tutte le componenti positive della società. Il gruppo, per fare un esempio, sta predisponendo un progetto con Ilaria Borletti Buitoni e il Fondo Ambiente Italiano, per studiare in alcune proprietà del Fai come la natura si stia risvegliando proprio grazie alla diminuzione dell’inquinamento. Insetti, piante, animali selvatici possono essere indicatori preziosi, se si è consapevoli del ruolo che l’ambiente gioca sul benessere e sulla salute e anche sul sistema immunitario, che è la prima barriera contro i virus. Interdipendenza, potrebbe essere la parola chiave del progetto Yellow Submarine: dell’umanità con la natura, con le foreste che stiamo distruggendo, con gli animali selvatici che privati del loro habitat naturale vengono in contatto con noi diffondendo nuove malattie, dei mari che sono la fonte della nostra vita e che invece di amare e rispettare utilizziamo come discariche.

L’obiettivo delle scienziate non è quello di fornire una ricetta universale per risolvere i problemi sanitari, economici e sociali causati dal Covid. Ma di mettere a disposizione dati strutturati e modelli per analizzarli, che consentano via via di elaborare nuove soluzioni basate su informazioni reali e conoscenze interdisciplinari, non su supposizioni. Ilaria Capua lo chiama un “progetto trasformazionale”, flessibile, perché continuerà a cambiare mano a mano che nuovi dati si renderanno disponibili, dalla fase 2 e forse dalla 3 e poi ancora dalle successive. Perché la soluzione non può essere statica, ma deve adattarsi al decorso della pandemia, alle incognite che ancora presenta e anche alle caratteristiche territoriali, climatiche e genetiche degli individui. Seguendo una nuova logica, quella che lo scrittore Alessandro Baricco definisce tipica dei giocatori di videogames, abituati a provare diverse strategie e pronti a modificarle in tempo reale nel caso non si dimostrino vincenti.

di Viviana Kasam

CONTROVIRUS | Un vaccino contro le fake news

Armando Massarenti

Intervista di Viviana Kasam ad Armando Massarenti, filosofo e giornalista, caporedattore al Sole 24 Ore e firma storica del supplemento culturale Domenica.

Ispirato dalla pandemia delle cattive informazioni, stai scrivendo una summa sulle fake news. Con che ottica?

Si tratta di un libro incentrato sulla scienza dei dati, di cui sono coautore con Antonietta Mira, grande esperta di big data, già autrice di modelli matematici efficaci per prevedere l’andamento della diffusione di altri virus, come il “banana bunchy top virus”. Ci siamo sentiti a febbraio, mentre lei stava costituendo un gruppo internazionale di ricerca per mettere a punto, sulla base di quelle esperienze precedenti, un modello previsionale che permettesse di monitorare giorno per giorno i dati del Covid-19 per pubblicare previsioni e analisi attendibili sul giornale in cui lavoro. Sono molto ammirato per l’atteggiamento da lei tenuto. Mantenendo ogni giorno l’attenzione critica su ciò che accadeva, ha toccato con mano la difficoltà di mettere a punto compiutamente il modello desiderato. Nelle sue prese di posizione pubbliche, intervistata per esempio dalla televisione svizzera, Antonietta ha saputo fornire e commentare dati molto interessanti, sottolineando però che la pandemia da coronavirus è accompagnata da una pandemia da coronadati da cui pure è necessario vaccinarci al più presto. Dalle nostre conversazioni su questo suo modo, così corretto da parte di una scienziata, di fornire problematicamente le informazioni, attento come è anche a ciò su cui è meglio tacere perché sbagliato e fuorviante, è nata l’idea di fare un libro insieme. Perché, abbiamo pensato, è proprio attraverso l’analisi degli errori, delle fallacie e delle confusioni più comuni che forse è possibile scrivere un vero manuale, efficace e magari anche piuttosto divertente: una sorta di manuale al contrario, su come ragionare bene e evitare di prendere abbagli. Abbiamo deciso di intitolarlo La pandemia da coronadati. Ecco il vaccino perché l’intento è quello di aiutare i lettori a non infettarsi di bugie.

Fake news e bugie: per te sono la stessa cosa?

Certo, le fake news, che altro non sono che le vecchie “bugie” presentate con nuove e svariate tecniche. Un classico best seller, vero capolavoro della divulgazione scientifica, non a caso si intitolava How to lie with statistics. Uscì nel 1954 e riportava la battuta, attribuita a Disraeli, secondo cui «Ci sono tre tipi di bugie: le bugie, le bugie spudorate e le statistiche». 

Davvero le bugie possono essere divise in tre categorie ma diverse da quelle di Disreaeli.  Distinguerle è un facile esercizio che può essere utile per capire bene, in ogni momento, a che cosa siamo davvero sottoposti. 

Le bugie bianche sono quelle dette a fin di bene a una persona che ci ascolta e alla quale la verità potrebbe procurare un danno. Sono dunque altruistiche, al contrario delle bugie nere che sono pronunciate per fini esclusivamente egoistici. Le bugie blu sono invece quelle falsità dette a nome di una categoria di persone allo scopo di rafforzare i legami del gruppo. Non sono egoistiche perché dette a vantaggio del gruppo, che si rafforza al cospetto del nemico. Vengono pronunciate per smania di esibizione e per provocare irritazione nel proprio avversario. Sono segnali inequivocabili ed efficacissimi per consolidare la propria leadership e la solidarietà con i propri simili, o meglio con la propria tribù di riferimento. E quanto più sono assurde, tanto più raggiungono lo scopo.

Dunque Trump sarebbe un bugiardo blu?

Nel 2016, durante la sua campagna presidenziale, l’esplosione delle fake news ebbe un picco senza precedenti. Editorialisti e osservatori politici di tutto il mondo, di destra, di sinistra o di centro, non si capacitavano come potessero davvero attecchire sull’opinione pubblica notizie strampalate e incoerenti. Come quella secondo cui l’11 settembre 2001 Barak Obama doveva avere avuto un ruolo nell’attentato alle Torri gemelle “perché in quel periodo non era mai alla Casa Bianca!”, ma è ovvio, allora non era ancora presidente. O quella secondo cui la candidata rivale Hillary Clinton fosse affetta da sclerosi multipla e facesse apparire in pubblico una sua controfigura. E invece dovettero prendere atto della loro efficacia nel determinare la inaspettata vittoria di Trump. Che cos’era successo? Il mondo era diventato improvvisamente del tutto irrazionale? Che cosa spingeva molti elettori a credere – o a credere di credere – a quelle assurdità complottiste? Perché sono risultati inefficaci tutti i media, che pure si impegnarono a smentire quelle notizie? La spiegazione deve tener conto degli istinti tribali presenti in ognuno di noi. Come ci spiegano da decenni antropologi, biologi e scienziati cognitivi i nostri cervelli conservano la memoria di quando eravamo cacciatori-raccoglitori. Ai valori astratti, civili, che informano le civiltà moderne, basate sul rispetto universale delle legge, sull’eguaglianza formale di tutti i cittadini, lo stato di diritto, la divisione dei poteri, il libero mercato, il metodo scientifico ecc. preferiamo istintivamente gli affetti privati e, per dirla in breve, il familismo amorale di cui peraltro noi italiani siamo considerati campioni. Per dire come Aristotele, “sono amico di Platone ma sono più amico della verità” bisogna fare molta più strada, in senso culturale, di quanto si pensi. Le sirene del tribalismo sono oggi più che mai accese, e la nostra civiltà, conquistata a fatica e da cui deriviamo un benessere mai provato prima dall’umanità, è più fragile che mai.

È solo il tribalismo a determinare la propensione a credere alle fake news?

I meccanismi sono molteplici. Come ci insegnano gli scienziati cognitivi ormai da diversi decenni, e prima di loro non pochi filosofi, i nostri cervelli sono portati a cadere in trappole cognitive, fallacie e pseudoargomenti di ogni genere. Alcune sono incorreggibili: per esempio il nostro sistema visivo di fronte al famoso coniglio-papero ci farà sempre vedere o il coniglio o il papero, mai entrambi contemporaneamente. Oppure, due stanghette lunghe uguali ma incorniciate in modo da sembrare una più lunga e una più corta, continueremo a vederle così anche una volta svelato che si tratta di una illusione ottica. Sappiamo che le cose sono diverse da come le vediamo, ma continuiamo comunque a vederle così. 

Alcune di queste dipendono dalla nostra credulità e dalla nostra irrefrenabile tendenza – per dirla con la poetica sgrammaticatura di Vasco Rossi – a “dare un senso a tante cose anche se ‘tante cose’ un senso non ce l’ha”, e a vedere correlazioni anche laddove è assai dubbio che ve ne siano.  Ciò avviene anche con le correlazioni statistiche. In questi nostri tempi difficili, dominati da una delle più gravi pandemie mai affrontate  dall’uomo, forse siamo ancora più vulnerabili

Esiste la possibilità di contrastare questa epidemia di false informazioni? Qual è il vaccino che proponi?

In un mondo dominato dalle fake news alla Trump, dove gli stessi autori e propagatori di bugie spesso pericolose accusano i loro oppositori di fare informazione scorretta, è quantomai necessario formare nelle nostre menti quegli anticorpi che ci permettono di difenderci dall’assalto continuo di notizie false o tendenziose. E la filosofia, da cui nasce la mia formazione, è l’antidoto nel quale credo di più. Per questo cerco di divulgarla attraverso i miei articoli e miei libri, parecchi dei quali rivolti ai bambini, perché è nei primissimi anni di vita che si impara a ragionare criticamente. Il famoso motto cartesiano, penso dunque sono, va reinterpretato nel senso che oggi “siamo” solo se siamo in grado di pensare autonomamente e criticamente. E un ingrediente fondamentale del pensiero critico è proprio la consapevolezza socratica, il “sapere di non sapere”. Potrà sembrare un paradosso, ma oggi il detto socratico rafforza la necessità di una riconquistata fiducia nei confronti degli esperti e dei competenti, dopo anni in cui ha imperversato l’acritico slogan “uno vale uno”.  Per spiegarlo vorrei ricordare un famoso esperimento in psicologia che descrive il cosiddetto effetto Dunning-Kruger, dal nome dei due ricercatori che lo condussero nel 1999.  In breve essi scoprirono che, se mettiamo a confronto un vero esperto con un principiante, in qualunque ambito – per esempio un vero giocatore di scacchi a livello agonistico con un bravo scacchista dilettante che vince sempre con i suoi amici di quartiere – vi è una radicale differenza tra i due nella capacità di autovalutare sé stessi e le proprie competenze.

Le persone più intelligenti e preparate tendono a sottovalutare le proprie reali capacità e conoscenze. Le persone meno preparate invece sopravvalutano se stessi e le loro spesso parziali e mal digerite conoscenze. Dunque il dilettante si valuterà migliore del professionista. Questa spavalda sicurezza di sé può rendere l’ignorante più assertivo, e quindi credibile, dell’esperto. E magari, almeno all’inizio, aiutarlo a vincere.

Quindi gli esperti dovrebbe apparire più sicuri di sé pe convincere la gente?

In alcuni casi l’assertività è indispensabile. Per esempio, per dichiarare con convinzione che le misure suggerite da Trump non vanno assolutamente seguite, come si sono precipitati a raccomandare gli esperti nominati dalla stessa Casa Bianca! Ma lo scienziato non può abdicare al suo ruolo, che è quello di ragionare, non di pronunciare slogan per poi subito contraddirli. Credo che, prendendo esempio da Bill Gates, che non è uno scienziato, ma un uomo geniale e intellettualmente onesto, gli scienziati dovrebbero essere in grado di smarcarsi e mostrare come funziona il meccanismo, come stiamo cercando di fare anche noi con queste riflessioni. Per esempio, spiegare che prendersela con la Cina prima ancora di avere le evidenze necessarie, ha lo scopo di focalizzare l’attenzione su un capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai problemi reali e dagli errori commessi in prima persona. È necessario, quando si presenta sulla scena un nuovo impostore smascherarlo subito per quello che è: un ciarlatano. Senza paura di non essere politically correct. Ed evitare, in omaggio a un malinteso valore come il pluralismo delle opinioni, di organizzare confronti mediatici tra il ciarlatano di turno e un vero scienziato. Così non si fa altro che accreditare il ciarlatano mettendolo nelle condizioni di fare tutto il male possibile.

Se, come per un farmaco, tu dovessi darci la formula per evitare di infettarci di fake news, quale sarebbe?

Il fact checking sui siti di debunking è importante, fondamentale. Ma attenti a non perdere tempo a controllare miriadi di fatti irrilevanti. Questo è molto spesso lo scopo dei grandi mentitori, che in questo somigliano agli illusionisti: sviare l’attenzione da ciò che è vero e importante, e che magari  sta proprio lì, semplice e visibile a tutti, sotto il nostro naso. 

Armando Masarenti è membro della Commissione per l’Etica della Ricerca e la Bioetica del Cnr (ente presso il quale è ricercatore associato), e dei comitati scientifici del Cepell (Centro per il Libro e la Lettura) e del costituendo Museo educativo sulla moneta e l’economia di Banca d’Italia. Dirige per Mondadori Università la collana Scienza e filosofia. Tra i suoi numerosi libri ricordiamo Metti l’amore sopra ogni cosa (Mondadori 2017), Istruzioni per rendersi felici (Guanda 2014), la serie di libri di filosofia per bambini Gli inventori del pensiero (La Spiga, 2019) e, con Paolo Legrenzi, La buona logica. Imparare a pensare e L’economia nella mente (Cortina, 2015 e 2016). Con il Lancio del nano (Guanda, 2006) ha vinto il prestigioso Premio filosofico Castiglioncello 2007. 

di Viviana Kasam e Antonio Massarenti