CONTROVIRUS | Essere ottimisti

Viviana Kasam,
Presidente BrainCircle Italia

Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. La celebre frase di Gramsci mi sembra quanto mai pertinente a questo difficile momento in cui si sta avviando un po’ ovunque la fase di riapertura dopo il lockdown, in assenza di ogni certezza scientifica e, a livello mondiale, di figure che sappiano infondere capacità di sacrificio e fiducia. Penso con nostalgia a Churchill e al suo straordinario discorso all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il 3 maggio 1940. “Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo davanti a noi molti, molti lunghi mesi di lotta e di sofferenza. Voi domandate, qual è il nostro obiettivo? Posso rispondere con una sola parola: la vittoria. La vittoria a tutti i costi. La vittoria nonostante tutto il terrore. La vittoria, per quanto lunga e difficile la strada possa essere, perché senza la vittoria non c’è sopravvivenza”. Che differenza con i politici di oggi che, ovunque, cercano di rassicurare senza avere nessuna strategia, e proprio per questo accrescono l’incertezza e lo sconforto. Che non sanno chiedere sacrifici, ma cercano di tenere la gente tranquilla con promesse che non potranno realizzare. E invece di stilare progetti coraggiosi consultano i sondaggi d’opinione.

Per la pandemia da Covid 19 i paragoni bellici sono stati abusati. Ma la verità è che ci troviamo davanti a un nemico insidioso che ci spiazza perché non riusciamo a definirne con precisione l’identità e a prevederne i comportamenti, un alieno che sfugge alla nostra esperienza e ai nostri schemi. È ovvio quindi che la nostra ragione dipinga scenari da incubo. Ma qui deve subentrare l’ottimismo della volontà. Che non è un ottimismo stupido, l’andrà tutto bene, l’attesa della bacchetta magica. È un ottimismo che si deve basare sulla fiducia nella scienza, nell’assunzione di responsabilità individuale e nel rafforzamento delle strutture sanitarie sul territorio per la prevenzione, l’assistenza domiciliare e i ricoveri in ambienti non patogeni, quali purtroppo sono diventati molti ospedali oggi.

È vero, sul coronavirus sappiamo ancora poco. Non abbiamo diagnosi certe, né cure internazionalmente avallate. Il vaccino, nel migliore dei casi, è lontano parecchi mesi. La malattia stessa ci sfugge: è solo respiratoria/polmonare? Cardiovascolare? Immunitaria? Sistemica? Crea immunizzazione o, come per l’influenza, si possono avere ricadute anche a breve distanza di tempo? E i bambini, che generalmente sono asintomatici, sono comunque portatori del virus e devono essere tenuti isolati, oppure, come sostengono alcuni, non rappresentano alcun pericolo? Il virus stesso, poi, è stato trasmesso attraverso gli animali, o è stato ingegnerizzato, come ogni tanto si sente dire, peraltro senza prove? Si attenuerà, muterà, si ripresenterà? Tutte domande senza risposta. Ma se non vogliamo cadere in una pandemia ancora più grave, quella socioeconomica, e rischiare una colossale depressione, come quella del 1929, dobbiamo aver il coraggio di ricominciare, a piccoli passi, mettendo un piede avanti solo quando l’altro è al sicuro. È questo che vorremmo sentire dire dai nostri politici, e ci sta anche l’incertezza delle misure da prendere, perché nessuno ha la sfera di cristallo, le opinioni sono contrastanti e bisogna navigare a vista in una tempesta che non sappiamo quanto durerà e come si svilupperà. E qui diventa fondamentale il rapporto tra politici e scienziati, che si era incrinato negli ultimi anni sotto il fuoco di un insano populismo mediatico che metteva sullo stesso piano premi Nobel e influencer senz’arte né parte.

Ma guardiamo alla metà piena del bicchiere. Mentre in passato ci volevano anni, se non decenni, per isolare un virus, questo lo abbiamo sequenziato in due settimane. Attraverso il lockdown siamo riusciti a contenerlo, dopo il picco delle prime settimane. Ci sono almeno tre protocolli terapeutici diversi che sembrano dare risultati positivi e vengono oggi testati in tutto il mondo. E sette laboratori paiono in dirittura d’arrivo nella messa a punto di un vaccino, anche se i tempi tecnici per la sperimentazione umana sono necessariamente lunghi, perché non si può rischiare di iniettare sulla popolazione sana un vaccino senza essere sicuri che sia innocuo. Si sta sperimentando in vari Pesi, tra cui la Svizzera, la plasmaferesi, ovvero il trasferimento ai malati gravi del plasma di persone guarite e con un alto livello di immunoglobuline IGG. E si stanno approntando in tutto il mondo esami rapidi ed economici, di facile produzione, per individuare le persone infette, da un lato, e quelle immuni, dall’altro. Una epidemia come il Covid 19 in passato avrebbe fatto milioni di morti. Grazie alle conquiste scientifiche e tecnologiche, alle dolorose misure prese, e al senso di responsabilità della maggior parte dei cittadini in tutto il mondo, contagio e morti sono stati contenuti.

Ora si tratta di capire non solo come riprendere, ma anche a quale modello di sviluppo aspiriamo. In primis, sanitario. Questa pandemia da coronavirus non è la prima e soprattutto non sarà l’ultima.

Gli scienziati da anni, se non decenni, avevano avvertito dell’approssimarsi di una pandemia virale e della necessità di rafforzare le strutture sanitarie territoriali. “Nel 2017 uno dei maggiori virologi, l’americano Ralph S. Baric, alla domanda circa il pericolo di una pandemia catastrofica, ammonì che la prima barriera preventiva sono le infrastrutture di sanità pubblica: maggiore igiene, strutture mediche più efficienti e un sistema di assistenza in grado di attivarsi velocemente” ha dichiarato in una intervista a Il Domani d’Italia Arnaldo Benini, una delle più illustri personalità scientifiche in Svizzera. “Parole al vento. Si sono ridotti, anche drasticamente, in Italia e altrove i fondi per la ricerca e la sanità pubblica. Gli ospedali e l’assistenza medica nel paese più ricco e potente del mondo sono – dice il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo – disastrosi. Gli Stati Uniti sono ora il fulcro della pandemia”.

Dunque, una delle prime priorità deve essere quella di investire sul sistema sanitario, sui medici e i paramedici che abbiamo incensato come eroi ma presto saranno dimenticati, mettendo a punto un progetto di ampio respiro che tenga conto anche degli sviluppi della telemedicina.

Il secondo punto è quello della responsabilizzazione individuale. La guerra al Covid la si vince solo se ognuno è pronto a sacrifici, in primis quello della libertà di movimento. Pensare a un controllo sociale attraverso le telecamere a riconoscimento facciale, le app di tracciamento, la polizia e i servizi segreti, significa mettere le basi di una società che abdica al proprio ruolo morale e una regressione collettiva allo stato infantile. Certo, il tracciamento digitale sicuramente può essere utile, ma pone moltissimi problemi etici e pratici. Serve solo se è utilizzato dalla maggioranza della popolazione, se è implementato dalla capacità di fare esami, tamponi e dare assistenza a tutti i contatti di ogni infettato, e se c’è chi poi dà seguito alle informazioni ricevute dalla App. C’è poi il problema di quale tecnologia sia meglio utilizzare (gps o bluetooth), di come garantire l’anonimato, e di chi detiene i dati. Siamo il Paese in cui ogni giorno informazioni riservate e registrazioni coperte da segreto istruttorio arrivano sulle prime pagine dei giornali. È vero, i nostri dati già li maneggiano, senza il nostro consenso e senza che ne siamo consapevoli, i grandi colossi del digitale. Ma non sono, almeno per ora, il potere politico. C’è chi suggerisce che le informazioni possano rimanere nella memoria dei singoli smartphone ed essere scaricati solo in caso di necessità e in modo anonimo. Personalmente mi sembrerebbe più ragionevole, ma rimane la questione di fondo: l’occhio che controlla dall’alto, non finisce per deresponsabilizzare i cittadini e per acuire il piacere della trasgressione? Invece che nebulose normative e la creazione di una società di automi controllati dal Grande Fratello, non sarebbe più utile dare chiare indicazioni sui comportamenti da adottare per sconfiggere il virus, dando fiducia ai cittadini e alla loro capacità di controllo sociale, come avviene in Svizzera e nei Paesi del Nord, ma anche nella mediterraneissima Grecia? Perché i nostri politici ci trattano come bambini dell’asilo invece che stimolare il nostro orgoglio di adulti responsabili? Gli italiani sono un popolo di individualisti e opportunisti è vero, ma che hanno saputo ricostruire il Paese dopo la guerra con grandi sacrifici e ottenere una eccellenza riconosciuta nel mondo. Non sarebbe giusto che qualcuno ce lo ricordasse? O forse mantenerci allo stadio infantile è strumentale per creare una società di individui manipolabili, premessa di ogni regime autoritario.

E infine una considerazione di carattere generale. In questo momento, come ha scritto anche lo storico Yuval Harari, diventato il guru della coscienza mondiale, dobbiamo prendere decisioni fondamentali per il nostro futuro, o meglio, per il futuro del pianeta. Il virus, come ha scritto sul nostro sito lo scienziato Massimiliano Sassoli de Bianchi, ha avuto il ruolo di hacker scardinando il sistema per dimostrarne la debolezza. L’inquinamento, che indebolisce il sistema respiratorio e la deforestazione, che priva gli animali selvatici del loro habitat, sono due fattori fondamentali nella diffusione del virus. Ma non solo: abbiamo sconvolto ecosistemi remoti e antichi di millenni, abbiamo consumato le riserve del pianeta, distrutto aria e mari con rifiuti e inquinamento, eroso i ghiacciai, snaturato le culture tradizionali con il turismo di massa. “L’alterazione violenta degli ambienti – cito nuovamente il professor Benini – è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie. L’aumento enorme della popolazione, ammassata in città di dimensioni che facilitano contagi e inquinamento, l’aumento della temperatura, la polluzione che altera e indebolisce i polmoni: tutto ciò e altro ancora hanno portato da anni virologi, epidemiologi, biologi a prevedere un big crash micidiale”.

Il Covid 19 ha azzerato tutto per due mesi. L’aria è tornata pulita. Le città d’arte hanno ripreso il loro incanto. Nei mari pullulano i pesci e l’acqua, persino a Napoli, è limpida e turchese. Oggi abbiamo la possibilità di decidere che tipo di ripartenza vogliamo. Ricreare il mondo di prima, sull’orlo del suicidio? Vogliamo tornare a una società basata sulla ingordigia di pochi e la povertà di miliardi di persone? Vogliamo continuare a ragionare in termini di profitto invece che di qualità della vita? Purtroppo, sembra che queste domande se le pongano solo pochi inguaribili sognatori, e nei molteplici comitati preposti a disegnare il prossimo futuro, nessuno ne fa cenno. Comitati dai quali peraltro sono state praticamente escluse le donne e anche i giovani. Ma senza di loro, senza varietà di pensiero e di approccio, senza l’esperienza della rete e della solidarietà, che è tipica della cultura femminile e dei nati digitali, il rischio è che invece di morire di Covid l’umanità si estinguerà per la siccità, l’inquinamento, lo spopolamento dei mari, la deforestazione. Non la generazione di quelli che ora tengono le redini. Loro si salveranno. Perché ancora per qualche decennio il mondo andrà avanti – a meno che qualche pazzo non scateni la terza guerra mondiale. Quelli che ne soffriranno le conseguenze saranno i nostri figli e nipoti, dei quali nessuno sembra preoccuparsi.

di Viviana Kasam

CONTROVIRUS | Coronavirus e neuroscienze

Alberto Carrara
Membro della Pontificia Accademia per la Vita, Direttore del Gruppo di Neurobioetica (GdN), Ateneo Pontificio Regina Apostolorum , Università Europea di Roma, Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani

Si è sentito parlare spesso in queste ultime settimana di Coronavirus e degli effetti sul cervello. In effetti, il tropismo neurale di questo virus (il SARS-Cov-2) è un tema emergente ed estremamente importante da tenere in considerazione in questi mesi di lockdown globale.

Da mesi il silenzio, l’isolamento, il deserto delle nostre città, la solitudine dei nostri monumenti sono divenuti la nostra “tempesta” esistenziale. Il silenzio assordante, il senso di vuoto desolante, la paralisi fisica ed emotiva, la paura e lo smarrimento sono alcune tra le percezioni e i sentimenti che non lasciano indifferenti il nostro sistema nervoso. E come non potrebbero? Come tutti questi fattori stressogeni non hanno già effetti sul nostro cervello?

Che il SARS-Cov-2 di per sé abbia effetti neurologici è una evidenza che sta emergendo con sempre più forza e che viene indagata dagli specialisti in tutto il mondo: la rivista Neurology ha indetto una Call specifica sull’argomento e su PubMed alla voce “COVID-19 nervous system” compaiono numerosi studi. A questo proposito mi preme citare la task force Neuro-Covid condotta da Matilde Leonardi, neurologa, pediatra e direttrice del Centro Coma della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano. Già oggi sappiamo che questo virus attacca sin dalle prime fasi di malattia i recettori per l’olfatto, cioè quelle terminazioni nervose deputate a trasmettere l’impulso e il messaggio odorifico dalla periferia dei nostri organi di senso, in particolare del naso e della bocca, sino al cervello.

Ora, se da una parte il coronavirus stesso attacca il sistema nervoso e perciò stesso il cervello, dall’altro lato, numerosi fattori epigenetici stressogeni da isolamento, reclusione, paura, eccetera hanno la capacità di riplasmare in negativo la nostra funzionalità cerebrale.

Nel 1998 il premio Nobel per la Medicina Eric Richard Kandel (1929-) nel suo articolo A New Intellectual Framework for Psychiatry – pietra miliare per una visione unitiva della persona umana – forniva 5 grandi principi per una psichiatria biologica. Kandel metteva in relazione la stretta interrelazione dinamica tra fattori genetici ed epigenetici nella genesi della malattia mentale.

Con questi presupposti e con le evidenze neuroscientifiche odierne, possiamo affermare che la complessità della situazione di pandemia in cui ci troviamo stia già riplasmando i nostri cervelli.

I numerosi elementi esistenziali negativi: l’isolamento, la paura, la perdita del lavoro, i timori del rischio del contagio, per non parlare del distanziamento forzato da parenti e amici ricoverati e persino moribondi, i lutti vissuti a distanza, eccetera, tutto questo sta concorrendo a produrre alterazioni, in primo luogo, a livello di espressione genica cerebrale, che si riverberano nella modulazione negativa di diversi neurotrasmettitori (tra cui i sistemi dopaminergici, serotoninergici, e altri), sino a vere e proprie modificazioni della connettività neuronale. Se protratte nel tempo, tali alterazioni indotte da fattori stressogeni possono persino essere riconosciute a livello di indagine attraverso EEG (elettroencefalografia) e altre neuro-tecnologie, attraverso variazioni della connettività corticale. Queste evidenze costituiscono le basi per l’insorgenza di sindromi psichiatriche complesse come ad esempio il PTSD, il disturbo post-traumatico da stress.

Come invertire la rotta di queste fratture al nostro cervello? Gli stessi meccanismi che strutturano negativamente il nostro cervello possono essere sfruttati sia per prevenire l’insorgenza di danni funzionali che poi possono tradursi in veri e propri scompensi, sia possono servire per ri-configurare in senso positivo il nostro sistema nervoso debilitato o già squilibrato.

Oggigiorno siamo chiamati a reinventare le nostre relazioni e a scoprire le nostre deep skills, quelle relative alla nostra capacità empatica, al saper stare con gli altri, all’ascolto, alla solidarietà, ma pure alla moralità e alla responsabilità. Queste strategie positive avranno effetti positivi sulla nostra percezione della malattia e sul suo decorso e, di conseguenza, avranno effetti benefici sulla ristrutturazione delle nostre connessioni sinaptiche. Come una buona psicoterapia.

Attraverso una pletora di atteggiamenti e stili di vita che possiamo mettere in atto durante la quarantena possiamo essere gli attori e i protagonisti del nostro destino in un senso positivo: l’evitare di “abbuffarsi” di notizie negative, sostituendole con la lettura o l’ascolto tramite audio-libri di opere di letteratura, di poesia, l’utilizzo di sistemi interattivi via web per prendere visione di siti archeologici, gallerie d’arte, ma anche l’ascolto di musica classica, le buone conversazioni via Zoom, WhatsApp, Teams e altri mezzi, la possibilità di uscire all’aria aperta per camminare, l’abituarsi a un silenzio ricco di esperienze positive, lo sbizzarrirsi in cucina o nel giardinaggio, o in un qualsiasi hobby capace di distogliere la nostra attenzione sulla pandemia, tutto questo e molto di più, può contribuire in senso positivo a prevenire e ristabilire quegli equilibri neurochimici ed elettrici del nostro cervello.

di Alberto Carrara

CONTROVIRUS | Covid-19 e violenza domestica

Michele Mattia
Psichiatra e psicoterapeuta, Docente Università dell’Insubria, Presidente ASI-ADOC

L’allarme per l’aumento della violenza domestica contro le donne a causa del confinamento è stato spesso segnalato dai media in tutto il mondo. 

Nel mondo una donna ogni tre è vittima di violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner.

E questa violenza aumenta in ogni tipo di emergenza, alimentata  dalle angosce e dai timori che concernano la malattia e il senso dell’esistenza, dalla frustrazione, dai tempi di convivenza più lunghi e spesso dall’abuso di alcol favorito dall’inattività. Inevitabile che il lockdown conseguente alla pandemia sia stato un trigger potente di questa drammatica piaga. 

In Cina, i primi dati relativi ai casi riportati dalla polizia di Jingzhou, nel febbraio del 2020, segnalavano che i casi erano triplicati in rapporto allo stesso periodo del 2019.

L’associazione of Rape Crisis Centers in Israele, ha evidenziato un aumento del 40% dei casi di violenza domestica durante la pandemia Covid 19.

Una review pubblicata su Lancet, ad inizio marzo, ha valutato tutti gli studi (oltre 3000) effettuati in relazione a tutti i periodi di quarantene avuti nel  passato e il rischio di violenza domestica.

Nella review sono stati inclusi 24 studi e il risultato ha evidenziato un aumento della violenza domestica, particolarmente se la quarantena era troppo prolungata. 

Anche in Svizzera il problema è quanto mai attuale. Già prima della pandemia, l’Ufficio Federale della Statistica (OFS) dichiarava che 51 atti di violenza domestica erano segnalati ogni giorno fra i quali un tentativo di omicidio per settimana e un omicidio effettuato ogni due settimane. Tra le vittime che si sono presentate nei servizi d’urgenza, secondo i dati retrospettivi del Canton Berna, il 94% erano donne. Ed è ipotizzabile che vi sia un numero elevato di casi non repertoriati, in quanto unicamente il 20% di tutti i casi legati alla violenza domestica sono registrati dalla polizia. E il confinamento della pandemia rende ancora più difficile per le vittime segnalare gli abusi.

Per cercare di aiutare le donne a denunciare le violenze psicologiche o fisiche, il Canton Ticino, ha inviato, nei giorni scorsi, un volantino di sensibilizzazione a tutti i cittadini, con il numero di telefono  cui rivolgersi per ogni necessità.

Premesso che la violenza contro le donne ha le radici nella cultura maschilista secolarizzata che porta a privilegiare la struttura patriarcale, a legittimare la violenza dell’uomo sulla donna, e a sviluppare sindromi narcisistiche gravi, il ricorso alla violenza spesso è legato a un vissuto di impotenza nel gestire un conflitto, perché l’aggressore  non si sente capace di utilizzare la comunicazione o altre forme e strategie per far valere il proprio punto di vista. Ricorre quindi a comportamenti che mirano a controllare la relazione e a intimorire e a svalorizzare l’altra persona con lo scopo di dominarla attraverso forme di manipolazione psicologica che quasi sempre scattano all’interno di relazioni e rapporti coniugali o di convivenza malati. Sono manipolazioni  caratterizzate da un incastro vittima-carnefice, nei quali uomini gelosi o ossessionati dal controllo isolano le proprie compagne rendendole insicure e depresse. Tra queste, una delle tecniche più diffusa è quella del gaslighting, che utilizza critiche quotidiane, battute cattive, offese indirette, malumori e costanti insoddisfazioni, per portare la vittima a sentirsi perennemente in debito, in colpa e dipendente dal proprio partner. Un’altra tecnica di acuta cattiveria, messa in atto dai narcisisti perversi, è quella che si maschera da amore possessivo e geloso per imprigionare il partner in una relazione tossica. Un vero e proprio massacro psicologico in cui la vittima si convince di essere incapace e piena di difetti. A questi abusi psicologici si sommano spesso quelli economici e  sessuali. Purtroppo risulta  molto difficile riconoscere il potenziale manipolatore, perché si tratta quasi sempre di persone apparentemente normali.

E’ importante mettere in evidenza come molte vittime, quando entrano in questo circuito di violenza psicologica, hanno angoscia e addirittura timore di uscirne, perché sono talmente condizionate nel proprio senso di inferiorità, da pensare che l’aggressore abbia ragione. 

La svalorizzazione programmatica produce infatti nella vitima un senso profondo di insicurezza e di inquietudine e il timore di non farcela da soli. 

La violenza domestica si ritrova in tutti i contesti sociali, economici e culturali indipendentemente dall’età e dal sesso, e si osserva anche negli uomini e nelle relazioni omosessuali. 

Perché il COVID-19 ha fatto aumentare la violenza sulle donne? Le ragioni sono moltteplici.

  1. Si è modificata la rete di protezione sociale, con significativa  riduzione dell’accesso ai servizi 
  2. Le misure di distanza sociale hanno portato le persone a rimanere a casa, e il confinamento aumenta il rischio della violenza domestica, poiché i membri della famiglia rimangono molto tempo a casa in contatto fra di loro.
  3. Lo stress economico e il potenziale rischio di perdere il lavoro aumenta l’irritabilità e la rabbia sociale.
  4. Si sono ridotti, se non azzerati, i contatti con i membri della famiglia e gli amici che potrebbero aiutare le donne nei casi di violenza domestica.
  5. L’acceso ai servizi è molto limitato. 
  6. Il peso dell’aumento del lavoro domestico durante la pandemia e la riduzione dei mezzi di sostentamento e della possibilità di guadagnare lo stipendio, può aumentare lo stress familiare, con una potenziale di aumento significativo dei conflitti e delle violenze. 
  7. Il perpetratore degli abusi e delle violenze può usare le restrizioni dovute al Covid-19 per esercitare un maggiore potere di controllo sul partner e sui figli riducendo l’accesso ai servizi, agli aiuti, ai supporti psicosociali da parte delle reti sociali formai e informali, addirittura, lo si ì visto, impedendo l’accesso a degli oggetti necessari quali il sapone e il disinfettante.
  8. Gli aggressori possono esercitare il controllo diffondendo informazioni sbagliate in relazione alla malattia per stigmatizzare il partner.

Purtroppo non è facile prevenire e intervenire nei casi di violenza domestica. Proprio per il complesso di inferiorità conseguente agli abusi costanti, le vititme raramente denunciano, e se individuate spesso difendono il persecutore, perché sono state condizionate a ritenere che la violenza sia una forma d’amore e perché la loro autostima è talmente bassa da convincerle che non potranno farcela senza il loro partner.

Bisognerebbe quindi che chi opera nei servizi sanitari fosse sensibilizzato a riconoscere i sintomi  e depistare i fattori di rischio. Per esempio, nei disturbi cronici, quali colon irritabile, chronic pelvic pain, fissurazione anali croniche, vertigini, se non c’è una causa evidente potrebbe essere sottostante una violenza domestica, e sarebbe utile indagare, anche se purtroppo non è facile se la vittima non collabora. Altro campo da indagare è quello ginecologico con lesioni fisiche durante la gravidanza o la presenza di ripetute infezioni sessuali trasmissibili.

In relazione a una sofferenza psicologica non spiegabile, dobbiamo pensare ad una violenza domestica quando vi sono problemi emotivi continui, quali stress, ansia, depressione. 

Un’altra spia sono i comportamenti autolesivi, quali abusi di alcool di droghe o di farmaci, e i pensieri o i tentativi di automutilazione e di suicidio. 

Ci si può chiedere se l’uscita dal confinamento allevierà la situazione per le donne che durante il lockdown hanno subito un peggioramento della violenza domestica. La risposta è difficle, perché se da un lato l’uscita di casa allevierà il controllo patologico da parte dei persecutori, dall’altra i comportamenti ripetuti tendono a radicarsi, e l’insicurezza di sé sperimentata nel lockdown potrebbe perpetuarsi. 

Per aiutare le donne a reagire, è necessaria una forte campagna sociale di comunicazioni, che da un lato  le renda consapevoli della loro condizione e le aiuti a reagire, dall’altro sensibilizzi i membri della famiglia e gli amici ad aiutarle. Quasi sempre famigliari e amici sospettano gli abusi, ma non intervengono per non inerferire con gli equilibri famigliari, perché un malinteso rispetto della libertà individuale, o perché non sanno a chi rivolgersi.  Gli enti pubblici dovrebbero perciò creare una campagna di divulgazione rivolta a tutti i cittadini per stimolare l’attenzione alla piaga delle violenze domestiche e aiutarli a riconoscere le vittime. Bisognerebbe inoltre creare una sorta di vademecum con i consigli per tutta la famiglia in caso che la violenza venga riconosciuta.

I sanitari, medici di famiglia e medici di pronto soccorso, in primis, dovrebbero valutare quali sono i fattori di rischio del crescendo della violenza, nel corso degli ultimi sei mesi, quali la presenza di armi da fuoco a casa, il consumo di alcool o droghe, le minacce verso l’altro, il tentativo di strangolamento, un’eccessiva gelosia, problemi sociali familiari o finanziari, la dipendenza psicologica, fisica, o sociale della vittima. 

In particolare, chi è vittima di violenza domestica, fisica e psicologica, dovrebbe avere pronto un elenco con  il numero di telefono dei vicini, degli amici, della famiglia;  con tutti i numeri d’urgenza –soccorso medico, polizia, vigili del fuoco;  con le hot line specifiche per la violenza,  e con le case protette.

Dovrebbe assicurarsi l’accesso ai documenti importanti, che spesso rimangono in mano a chi esercita la violenza, e ai soldi –quasi sempre le vittime non hanno né conto in banca, né carta di credito e sono in balia del loro partner per qualsiasi spesa, non sono quasi mai a conoscenza dell’entità dei risparmi famigliari e a volte nemmeno delle banche in cui sono depositati.

E dovrebbe aver pronta una via d’uscita veloce in caso di peggioramento della situazione.

Le donne che non osano denunciare la violenza e magari in caso di flagranza la negano, sono in realtà ben consapevoli di subire abusi. Prepararsi una via d’uscita potrebbe essere già un modo di reagire psicologicamente, e di sentirsi protette nel caso che gli abusi si aggrivino.

di Michele Mattia